COSA DEVE FARE L'UNIONE EUROPEA PER USCIRE DAL TUNNEL
Viviamo un tempo in cui contano solo i numeri, ma i numeri non sono altro che uno strumento inventato dagli uomini per sintetizzare la realtà e non per governarla.
La premessa per il XXI secolo era assolutamente diversa, almeno per chi come me, nato negli anni '80 vedeva l'anno 2000 come l'inizio del futuro, dell'avanguardia non solo tecnologica, ma sociale ed economica. Una generazione cresciuta con il mito del consumismo, delle risorse illimitate, del poter mangiare carne tutti i giorni, della ricchezza e della prosperità per tutti, della conquista della pace, dei popoli del terzo mondo che potevano finalmente mettersi in pari, ed invece?
Il nulla.
Siamo nel 2016 ed ogni cosa è cambiata, non esiste o è stata clamorosamente ribaltata dalla realtà dei fatti, un po' come il Leicester City che vince la Premier League, il Mondo forse non è mai stato così imprevedibile come gli anni che stiamo vivendo.
Un momento, ora che ci penso c'è una cosa che non è cambiata affatto ed anzi torna sovente nelle cronache giornaliere: il famigerato trattato di Maastricht, con i suoi mitici parametri che zavorrano il Vecchio Continente ormai da oltre vent'anni in una morsa di regole, vincoli e fantomatiche procedure d'infrazione che non fanno altro infrangere i sogni di una generazione (fra poco due... e se non ci muoviamo tre!) su un muro di numeri che definire inutile è quantomeno eufemistico!
Senza essere troppo pretenziosi, ma cercando realisticamente di capirci qualcosa, andiamo ad analizzare quanto incidono questi parametri nella nostra vita quotidiana:
L'UE impone ai paesi membri, di mantenere il rapporto Deficit/PIL entro il 3%, ciò significa che se per il 2015 il mio PIL è stato pari a 100, non posso accumulare un debito superiore a 3 per il bilancio relativo all'anno 2015.
L'altro parametro importante è il Debito/PIL, che non può superare il 120% e che rappresenta un indice di solvibilità, cioè la capacità di onorare i debiti contratti nel lungo periodo. La differenza tra deficit e debito è molto semplice: il deficit si riferisce ad un solo anno, mentre il debito è il totale dei prestiti (debiti appunto) accumulati, dove figurano gli interessi del debito pubblico pagato dallo Stato, a cui si devono sottrarre però la spesa per il cd. Stato Sociale (assistenza, sanità, pensioni).
Va da se, che le leve su cui può agire un governo sono due: la riduzione del debito, attraverso il taglio della spesa pubblica, oppure adottare misure finalizzate alla crescita del PIL, cioè del denominatore dei due indici appena descritti.
Il problema fondamentale, è che se uno Stato versa in condizioni economiche critiche, l'UE impone di agire sul numeratore dei due indici, vale a dire la riduzione del deficit e del debito.
Ciò significa semplicemente che se state soccorrendo una persona che ha una crisi respiratoria, non potete darle l'ossigeno, ma operare esclusivamente un massaggio cardiaco ed una respirazione bocca a bocca.
Capite bene che c'è un problema di fondo: a questo punto a cosa serve l'Unione Europea? Già perché a livello economico, la riduzione del deficit e del debito, provocheranno una ulteriore ed ineluttabile contrazione del PIL, conseguente alla necessità di ridurre le voci di spesa del bilancio statale.
Orbene, il compito dell'Unione Europea, dovrebbe essere invece quello di proteggere gli stati che versano in uno stato di difficoltà, stato di difficoltà che potrebbe verificarsi non solo a seguito di anni e anni di malgoverno, ma anche a causa di fattori esogeni, che in un mondo globalizzato diventano giocoforza endogeni e quindi da gestire al fine di eliminare o quantomeno ridurre gli shock di mercato a cui si potrebbe andare incontro.
Con i trattati di Maastricht e di Amsterdam prima e con quello di Lisbona poi, gli stati membri dell'UE hanno accettato di cedere parte della loro sovranità, perché convinti di andare nella giusta direzione, ma hanno realizzato un clamoroso autogoal, incartandosi in un groviglio di regole, che necessita di una revisione urgente per evitare che le stesse, nate per unire l'Europa, non finiscano per dividerla.
Credo che nell'affrontare i problemi si debba essere pragmatici, e capire responsabilmente che certi parametri sono nati in un epoca ed in un contesto economico/politico totalmente differenti dagli scenari attuali. L'UE nata con uno spirito liberale, con l'idea di non interferire negli affari economici privati, ma soprattutto con l'obiettivo di portare benessere agli stati membri, dovrebbe capire che l'unico modo per dare una decisa sterzata alla situazione di crisi o quantomeno di effimera e lentissima ripresa alla quale stiamo assistendo sia quella di sciogliere un pochino le briglie, delegando ai governi quella giusta flessibilità in termini di spesa che possa far tornare la fiducia nei consumatori, far ripartire con decisione il PIL, provocando una rapida crescita dei redditi.
E' questa, a mio modo di vedere, la soluzione più efficace per uscire da un tunnel deflattivo creato da quelle regole che un tempo potevano avere un senso, ma oggi no.

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