Essere imprenditori, non vuol dire trovare la via più breve per fare soldi, ma esaltare la propria passione come mezzo propulsivo per la propria esistenza, e renderne totalmente partecipi coloro i quali decidono esserne parte attiva ed integrante.
L'uomo che vedete nella foto, si chiama Ulukaya Chobani e nel 1994 aveva poco più di vent'anni quando decise di partire alla volta degli Stati Uniti, per andare incontro al proprio destino.
Nato da genitori Curdi, nella Turchia orientale, decise di lasciare il proprio paese per realizzare il suo sogno, ed anche se l'impatto con la grande mela non fu affatto facile, non si diede per vinto. Iniziò ad importare feta, il tipico formaggio greco, prodotto dalla sua famiglia per conto di un distributore armeno, e confidando sul fatto che formaggi e yogurt americani erano di bassa qualità, avviò una piccola produzione propria.
Benchè abbiano tanti difetti, tanti eccessi e situazioni controverse, non si può negare che gli Stati Uniti siano la terra delle opportunità, per tutti, ed anche per il ragazzo curdo Ulukaya fu così. Infatti, nel 2005 l'ormai trentenne Chobani, nella sua mail, trovò un annuncio di un'agenzia immobiliare riguardante la vendita di un'impianto di produzione di yogurt dismesso dalla Kraft nel cuore dello stato di New York. Senza dimenticare le proprie origini, si buttò nell'avventura anche e soprattutto grazie ad un prestito di 800 mila dollari ottenuto dalla Small Business Administration...
Torniamo un attimo in Italia, ma secondo voi Sviluppo Italia, Invitalia o altri enti parastatali che promuovono l'imprenditorialità giovanile grazie a finanziamenti provenienti dall'UE, con improbabili bandi che onestamente spesso sembrano pilotati, avrebbero mai dato 700 mila Euro ad un ragazzo immigrato che produce formaggi? Non mi va di usare giri di parole, la risposta è NO.
Sono passati poco più di dieci anni, e l'azienda del nostro ragazzo, immigrato curdo, è diventata un colosso che vende yogurt per oltre di 1 miliardo e mezzo di dollari l’anno e ha una valutazione che oscilla tra i 3 e i 5 miliardi di dollari! Non male per un pastore turco partito da zero.
I grandi imprenditori, non sono quelli che puntano a fare soltanto soldi, ma sono quelle persone che mettono cuore in quello che fanno e Chobani di cuore ne ha messo tanto, innanzitutto nella scelta dei suoi dipendenti, presi tra le fila di immigrati che avevano fame non solo nel senso letterale della parola, ma voglia di essere parte di qualcosa.
Si usa dire che il lavoro nobilita l'uomo, ma non è il lavoro in se, bensì l'approccio ad esso, il voler dare sempre qualcosa in più utile alla causa e sentir propri i risultati raggiunti. E' questo che ci nobilita, non il lavorare in se, ma il modo in cui lo viviamo.
Non dimenticare le proprie origini è il modo migliore per andare incontro al futuro, e così Ulukaya qualche giorno fa lo ha ribadito con due tweet: "Il mio sogno di una vita è diventato realtà: condividere Chobani con le 2mila persone che hanno contribuito a crearla», ed ha proseguito: «Non si tratta di un dono. È una mutua promessa di lavorare insieme per uno scopo e con una responsabilità comuni. Per proseguire a creare qualcosa di speciale e con un valore duraturo".
Ha regalato ai suoi dipendenti il 10% delle azioni dell'azienda, vale a dire un valore di circa 150 mila dollari a testa facendo una stima prudenziale, ma che in caso di quotazione a New York potrebbero ulteriormente incrementarsi.
Alcuni maligni sostengono che il gesto sia giustificato da artifizi contabili volti a non far salire al 20% la TPG, che aveva garantito il prestito iniziale, ma la realtà dei fatti dice che i dipendenti della Chobani hanno un leader che li ama, li rispetta e li ringrazia per essere stati parte attiva e determinante del suo sogno partito dalle montagne della Turchia orientale e diventato realtà nella terra delle opportunità, quelle vere.
di Lorenzo Rapino



