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venerdì 29 aprile 2016

LA VITA PUO' DIVENTARE DOLCE, ANCHE CON UNO YOGURT...

Essere imprenditori, non vuol dire trovare la via più breve per fare soldi, ma esaltare la propria passione come mezzo propulsivo per la propria esistenza, e renderne totalmente partecipi coloro i quali decidono esserne parte attiva ed integrante. 



L'uomo che vedete nella foto, si chiama Ulukaya Chobani e nel 1994 aveva poco più di vent'anni quando decise di partire alla volta degli Stati Uniti, per andare incontro al proprio destino.
Nato da genitori Curdi, nella Turchia orientale, decise di lasciare il proprio paese per realizzare il suo sogno, ed anche se l'impatto con la grande mela non fu affatto facile, non si diede per vinto. Iniziò ad importare feta, il tipico formaggio greco, prodotto dalla sua famiglia per conto di un distributore armeno, e confidando sul fatto che formaggi e yogurt americani erano di bassa qualità, avviò una piccola produzione propria.
Benchè abbiano tanti difetti, tanti eccessi e situazioni controverse, non si può negare che gli Stati Uniti siano la terra delle opportunità, per tutti, ed anche per il ragazzo curdo Ulukaya fu così. Infatti, nel 2005 l'ormai trentenne Chobani, nella sua mail, trovò un annuncio di un'agenzia immobiliare riguardante la vendita di un'impianto di produzione di yogurt dismesso dalla Kraft nel cuore dello stato di New York. Senza dimenticare le proprie origini, si buttò nell'avventura anche e soprattutto grazie ad un prestito di 800 mila dollari ottenuto dalla Small Business Administration... 
Torniamo un attimo in Italia, ma secondo voi Sviluppo Italia, Invitalia o altri enti parastatali che promuovono l'imprenditorialità giovanile grazie a finanziamenti provenienti dall'UE, con improbabili bandi che onestamente spesso sembrano pilotati,  avrebbero mai dato 700 mila Euro ad un ragazzo immigrato che produce formaggi? Non mi va di usare giri di parole, la risposta è NO.
Sono passati poco più di dieci anni, e l'azienda del nostro ragazzo, immigrato curdo, è diventata un colosso che vende yogurt per oltre di 1 miliardo e mezzo di dollari l’anno e ha una valutazione che oscilla tra i 3 e i 5 miliardi di dollari! Non male per un pastore turco partito da zero.
I grandi imprenditori, non sono quelli che puntano a fare soltanto soldi, ma sono quelle persone che mettono cuore in quello che fanno e Chobani di cuore ne ha messo tanto, innanzitutto nella scelta dei suoi dipendenti, presi tra le fila di immigrati che avevano fame non solo nel senso letterale della parola, ma voglia di essere parte di qualcosa.
Si usa dire che il lavoro nobilita l'uomo, ma non è il lavoro in se, bensì l'approccio ad esso, il voler dare sempre qualcosa in più utile alla causa e sentir propri i risultati raggiunti. E' questo che ci nobilita, non il lavorare in se, ma il modo in cui lo viviamo.
Non dimenticare le proprie origini è il modo migliore per andare incontro al futuro, e così Ulukaya qualche giorno fa lo ha ribadito con due tweet: "Il mio sogno di una vita è diventato realtà: condividere Chobani con le 2mila persone che hanno contribuito a crearla», ed ha proseguito: «Non si tratta di un dono. È una mutua promessa di lavorare insieme per uno scopo e con una responsabilità comuni. Per proseguire a creare qualcosa di speciale e con un valore duraturo".
Ha regalato ai suoi dipendenti il 10% delle azioni dell'azienda, vale a dire un valore di circa 150 mila dollari a testa facendo una stima prudenziale, ma che in caso di quotazione a New York potrebbero ulteriormente incrementarsi.
Alcuni maligni sostengono che il gesto sia giustificato da artifizi contabili volti a non far salire al 20% la TPG, che aveva garantito il prestito iniziale, ma la realtà dei fatti dice che i dipendenti della Chobani hanno un leader che li ama, li rispetta e li ringrazia per essere stati parte attiva e determinante del suo sogno partito dalle montagne della Turchia orientale e diventato realtà nella terra delle opportunità, quelle vere.

di Lorenzo Rapino 

mercoledì 27 aprile 2016

LE SICAV

Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta del risparmio gestito e dei suoi strumenti, qui di seguito vi faccio una panoramica delle SICAV. 


SICAV è l'acronimo di Società di Investimento a Capitale Variabile e rappresentano una forma di o.i.c.v.m. (Organismo di investimento collettivo in valori mobiliari) che è stata istituita nel nostro paese da D.Lgs. 84/1992, quasi dieci anni dopo la nascita dei fondi comuni mobiliari aperti italiani. Ai sensi dell'art. 1 del D.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (c.d. Tuf - Testo unico della finanza) è classificata tra gli Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio.
Può essere assimilata a un fondo comune d'investimento, dal quale si differenzia perché, mentre nel Fondo d'investimento l'investitore è titolare di una quota del fondo stesso, che viene amministrato da una società di gestione distinta, nella SICAV l'investitore assume la qualifica di socio della società gerente, il cui patrimonio coincide con il patrimonio amministrato.
La SICAV può essere costituita previa autorizzazione della Banca d'Italia, sentita la Consob. Il capitale deve essere interamente versato e le azioni interamente liberate al momento dell'emissione.
Le SICAV funzionano in modo analogo ai fondi comuni, tranne per il fatto che prevedono il diritto di voto per i sottoscrittori delle quote (azioni) a semplice richiesta di nuovi investitori; il costo delle quote è determinato in base al prezzo corrente dei titoli detenuti, come per i fondi aperti.
Non a caso, il funzionamento delle SICAV è regolato da una normativa che, di fatto, parifica questi soggetti ai fondi comuni di investimento: le SICAV devono essere iscritte all’albo tenuto dalla Banca d’Italia e sono soggette ai controlli di questa e della Consob e rispettare i medesimi vincoli all’investimento previsti per i fondi comuni.
Le azioni della SICAV (il cui valore viene determinato secondo le modalità previste dallo statuto) sono di regola liberate immediatamente al momento della loro emissione e possono essere, a scelta del sottoscrittore, nominative o al portatore; non possono essere emesse obbligazioni, azioni di godimento o di risparmio né possono essere detenute o acquistate azioni proprie.

di Lorenzo Rapino

domenica 24 aprile 2016

L'INFLAZIONE FANTASMA


                           Alan Greenspan



L'enciclopedia Treccani la definisce così: Aumento progressivo del livello medio generale dei prezzi, o anche diminuzione progressiva del potere di acquisto (cioè del valore) della moneta. Il fenomeno può avere molteplici cause, sia reali sia monetarie, e assumere forme differenti. Per es., si definisce i. strisciante un aumento modesto (inferiore al 10%), ma prolungato dei prezzi; i. galoppante un aumento rapido e irrefrenabile degli stessi e iper-inflazione un aumento particolarmente sostenuto (superiore al 50% al mese). 
Gli economisti si sono dibattuti molto sulle cause dell'inflazione, e vari studi e dibattimenti hanno portato a correnti di pensiero differenti che analizzano il fenomeno. La scuola monetarista sostiene che l'inflazione derivi da un eccesso di liquidità, e quindi di moneta, nel mercato. Tale liquidità immessa dalla banca centrale arriverà agli individui che la utilizzeranno per l'acquisto di beni, aumentando così la domanda e conseguentemente i prezzi. Questo perchè il presupposto è che il mercato sia in una situazione di piena occupazione (impianti e macchinari pienamente utilizzati e disoccupazione nulla) e che pertanto la produzione di beni non riesca a supportare la domanda, provocandone l'aumento dei prezzi.
Un fenomeno del genere si verificò in Germania alla fine della Prima guerra mondiale, quando il governo tedesco, per finanziare le spese di guerra, stampò grandi quantità di cartamoneta, generando un forte aumento dei prezzi con un inflazione che arrivò a toccare livelli inimagginabili, qui di seguito due tabelle che danno l'idea della svalutazione galoppante di quegli anni rispetto al dollaro e rispetto al costo di un Kg di pane:

Un dollaro
costava nel 1923
(in marchi):
1 kg di pane
costava nel 1923
(in marchi):
gennaio35.000250
luglio350.0003.465
agosto4,6 milioni169.000
settembre98 milioni1,5 milioni
ottobre25 miliardi1,7 miliardi
novembre2.190 miliardi210 miliardi
dicembre4.210 miliardi399 miliardi


Alcuni altri prezzi (2 dicembre 1923)
1 corsa in tram 50 miliardi
1 kg di patate 90 miliardi
1 uovo 320 miliardi
1 litro di latte 360 miliardi
0,5 kg di burro 2.800 miliardi

Secondo i Keynesiani, invece, è l’eccesso della domanda globale sull’offerta globale in una situazione di piena occupazione a generare l’inflazione, prescindendo quindi dalla quantità di moneta immessa sul mercato. I Keynesiani pensanno infatti che la domanda possa aumentare per effetto dell’aumento della velocità di circolazione della moneta (cioè del numero di volte che la moneta passa di mano in mano). Questo concetto viene descritto dall'espressione "Inflationary Gap"  (divario inflazionistico) in cui si teorizza che se la domanda è superiore all'offerta il mercato troverà un nuovo punto di equilibrio a prezzi più elevati, generando il processo inflattivo.
L'inflazione può derivare anche dall'aumento dei costi di produzione, che può essere generato da un aumento del costo dei salari o delle materie prime, come la crisi petrolifera dei primi anni '70, che portò alle stelle il prezzo dei carburanti.
Un fenomeno inflattivo può però anche essere importato da un altro paese, quando ci sono forti interdipendenza tra varie economie, il più classico degli esempi è proprio quello italiano, in cui le nostre imprese sono costrette ad importare la maggioranza delle materie prime a cominciare dall'energia: un aumento del costo energetico sui mercati internazionali provoca giocoforza un aumento del costo di approvvigionamento energetico delle nostre imprese.

Dopo aver fatto un piccolo ripasso delle principali cause dell'inflazione, cerchiamo di contestualizzare ai giorni nostri quello che sta succedendo. Come disse l'ex governatore della Fed A. Greenspan, l'assenza di un sistema aureo provoca inflazione, erodendo il risparmio delle famiglie perchè di fatto le banche centrali hanno carta bianca nella decisione di stampare moneta e quindi immettere liquidità sul mercato. Tornando ai miei cari paragoni finanza/frutta, se un'annata è particolarmente buona ed il raccolto di un frutto è superiore alla media degli anni precedenti, sicuramente i prezzi di quest'ultimo tenderanno ad essere più bassi rispetto agli anni precedenti. 
Ma cosa sta accadendo in Europa? Dall'entrata in vigore dell'Euro in molti paesi dell'Unione, Italia compresa, abbiamo assistito ad un notevole incremento dei prezzi di alcuni beni... Purtroppo molti politici non se ne sono accorti, in particolare burocrati e tecnocrati di Bruxelles non se ne sono accorti... 
I conti della Serva: negli anni '90 l'inflazione viaggiava ad un ritmo di circa il 5% annuo, e ben al di sotto dei valori che abbiamo visto nei due decenni precedenti. Ciò significa che se un caffè nel 1990 costava 1200 Lire, nel 1999 sarebbe dovuto arrivare tranquillamente a sfiorare le 2000 Lire... 
Dopo l'entrata in vigore dell'Euro, tutti i media ci hanno iniziato a dire che l'inflazione scendeva, ma i fatti quotidiani hanno dimostrato il contrario ed il nostro buon caffè, che non era arrivato a 2000 Lire in dieci anni con l'inflazione al 5% annuo, ben presto è arrivato a toccare quota 1 € (1936,27 Lire per chi non se lo ricordasse). E potremmo fare decine e decine di esempi...
L'anomalia è che oggi, nel 2016, ci raccontano che l'inflazione non c'è perchè stiamo subendo gli effetti altrettanto devastanti della Deflazione, vale a dire la diminuzione del livello medio dei prezzi derivante da una scarsa domanda che non assorbe quanto prodotto dalle imprese, le quali sono costrette a rivedere i loro processi e conseguentemente le loro politiche occupazionali.
La mia riflessione riguarda i metodi utilizzati per combattere la mancanza d'inflazione, se è vero che le principali teorie poc'anzi analizzate sono autorevoli, è pur vero che sono impostate in un contesto di piena occupazione, elemento fondamentale che in Europa al momento latita. Che fare? Da umile osservatore del Mondo, credo che l'UE e la BCE stiano clamorosamente sbagliando da anni il loro approccio al sistema economico, utilizzando delle leve che non generano nessuna svolta. 
Le riforme sono un elemento che sicuramente nel lungo periodo premieranno gli stati che le adotteranno e le implementeranno al meglio nei loro ordinamenti, ma l'austerità e l'immissione incontrollata di liquidità rischiano di provocare degli shock ancor maggiori nell'economia dell'Eurozona.
Non credo neanche che il deficit spending sia una soluzione valida in assoluto, credo piuttosto che chi governa un continente tanto eterogeneo come l'Europa, debba provare a ribaltare le teorie economiche postulate decenni fa. La spesa pubblica, la pressione fiscale, gli incentivi occupazionali, l'austerity e le armi non convenzionali della BCE debbano essere utilizzate con un timing diverso.
Chi l'ha detto che il rapporto Deficit/PIL deve stare al 3%? Ma soprattutto quando è stato detto? Era il 1992 quando è entrato in vigore il Trattato di Maastrict ed il 1999 quando è entrato in vigore il Trattato di Amsterdam: il Mondo da allora è cambiato e non poco...
In un Mondo globalizzato come quello in cui viviamo, credo che l'Austerity e le politiche di bilancio siano da utilizzarsi nei periodi di crescita economica, mentre una maggiore spesa pubblica ed una politica fiscale accomodante debbano accompagnare periodi di recessione o di scarsa crescita come questi. 
La liquidità immessa sul mercato dalla BCE non aiuterà l'inflazione a risalire perché è la domanda che è bassa e se non aumentano i salari e gli occupati difficilmente usciremo da questo periodo di deflazione.
La confusione che sta accompagnando l'Europa in questi anni è purtroppo figlia del suo vuoto di potere e di decisioni che non hanno mai il carattere della finalizzazione, ma solo del compromesso; ed il non voler mettere i debiti sovrani a fattor comune con l'emissione di Eurobond, né è la dimostrazione lampante.

di Lorenzo Rapino

giovedì 21 aprile 2016

L'INCOGNITA DEI TASSI NEGATIVI...



C’era una volta un’economia di mercato in cui se volevi rischiare acquistavi titoli azionari e simili, ma se eri un investitore prudente ti buttavi sul mercato obbligazionario corporate o governativo. L’investitore aveva di fronte una scelta abbastanza netta: optare per un investimento più rischioso, ma potenzialmente molto redditizio oppure buttarsi sul mercato obbligazionario, scegliendo di ottenere rendimenti più bassi ma oggettivamente più sicuri. I pionieri delle asset allocation proponevano, nell’ottica di una giusta diversificazione un mix di queste due classi di investimento finalizzata ad ottimizzare il famigerato rapporto rischio/rendimento.
La finanza ci ha abituato oramai da oltre due decenni a stupirci con effetti speciali, inventandosi una miriade di prodotti che andavano ad integrare la nostra diversificazione di portafoglio. Non so perché, ma i paragoni finanza/frutta mi sembrano i più calzanti: se possiamo paragonare un fondo comune d’investimento ad un cesto di frutta, va da se che tutti i prodotti di finanza innovativa possono essere visti come diserbanti per far crescere meglio il nostro orto o la nostra piantagione o meglio ancora il nostro giardinetto. Per vedere i frutti però è necessario alimentare il nostro giardinetto, e seppure sono un’amante dei prodotti biologici, ammetto che l’utilizzo di qualche fertilizzante può portare dei benefici. L’importante, come regola generale della vita, è non abusarne altrimenti rischiamo di ritrovarci a digiuno e con il raccolto compromesso… Il caso Lehman Brothers insegna.
E proprio lí sta il punto di svolta, nell’ottobre 2008 quando i diserbanti di alcune banche d’affari mandarono all’aria non solo il raccolto, ma tutta la fattoria!!! Una crisi finanziaria talmente enorme che ben presto contagiò il resto del Mondo, trasferendosi in un baleno all’economia reale, quella fatta davvero di raccolto, di fabbriche, ma soprattutto di migliaia di lavoratori che pur non sapendo minimamente cosa fossero i diserbanti della finanza si ritrovarono senza lavoro o peggio senza pensione. D’un tratto era arrivata la RECESSIONE, parola inventata dai politici per far ingerire ad impotenti cittadini dei bocconi amari al gusto di tasse per nascondere le magagne dei compagni di merende del clan Bilderberg…
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata fin troppa, ma quello che balza agli occhi è il clamoroso vuoto di potere dell’Unione Europea, che a distanza di quasi 8 anni dall’inizio della crisi finanziaria, si trova a combattere ancora contro i demoni della deflazione, derivante da una domanda aggregata troppo bassa per consolidare la ripresa economica, soprattutto nell’Europa Mediterranea.
Incentivi, Riforme, tassi accomodanti, salvataggio di banche, acquisto di titoli di stato da parte della BCE, Quantitative Easing, Quantitative Easing 2 la vendetta… Nulla è servito ad invertire nettamente la tendenza.
Ed ora che si fa?
L'inventiva di finanzieri e governatori delle banche centrali non ha limiti, e così siamo passati dalla crisi del debito sovrano del 2011 dove si paventava addirittura un default della nostra amata Italia, ad un territorio totalmente inesplorato: quello dei tassi negativi…
E' davvero arduo spiegare in breve cosa siano i tassi negativi, perché di fatto non lo sa neanche il più navigato degli economisti cosa succederà adesso. 
Io voglio provare a dare il mio contributo e cerco di farlo nel modo più semplice: tutti più o meno sappiamo cos'è un BOT, acronimo di Buono Ordinario del Tesoro, chiunque acquista un BOT diventa creditore dello Stato italiano, che alla scadenza pattuita rimborserà il capitale a cui verrà aggiunto un interesse predeterminato in fase d'asta ed in linea con il tasso d'interesse stabilito dalla Banca Centrale Europea (era stabilito dalla Banca d'Italia fino al 31/12/1998). Ed ora si crea il paradosso, perché se i tassi di mercato sono negativi, sarò io a dover pagare per prestare del denaro allo Stato!!! Molti economisti sono del parere che questa situazione se dovesse andare fuori controllo potrebbe portare un nuovo tzunami finanziario sui mercati e non solo...
Detta così, sembrerebbe che Draghi&Co. siano usciti fuori di senno, ma in realtà c'è una base razionale a tutto ciò: se i tassi sono negativi, lo sono anche quelli dei depositi degli Istituti finanziari presso la Banca Centrale, ma a rigor di logica nessuno lascia depositati dei soldi sapendo che subirà una perdita certa o comunque un decremento e questo dovrebbe portare le Banche a rischiare di più, utilizzando quelle giacenze presso la Banca Centrale per prestare denaro a famiglie ed imprese.
Ora sappiamo che le Banche si comporteranno certamente così, ed infatti gli ultimi dati confermano come il credito alle famiglie ed alle imprese sia di nuovo in fase di crescita dopo anni di decrescita e stallo. Ma il più grande problema è che il mercato dà un prezzo a tutto e questa situazione si è ben presto riversata sul mercato obbligazionario governativo di vari paesi, portando rendimenti negativi anche su titoli di durata pluriennale. Poco male per un paese come la Germania o la Norvegia che hanno un bilancio in surplus, ma se in un paese fortemente indebitato le famiglie e gli investitori istituzionali decidono, razionalmente, di non acquistare più titoli di questi emittenti?
Nessuno al momento è in grado di dare una risposta... Ed io ho paura del Giappone...


di LORENZO RAPINO

domenica 17 aprile 2016

REFERENDUM TRIVELLE... UN FLOP AMPIAMENTE ANNUNCIATO!




E’ giusto alla fine di questa giornata scrivere alcune righe di commento per l’ennesimo tentativo infruttuoso di provare a far digerire agli italiani uno strumento che, così come concepito, è assolutamente inutile e obsoleto; ritengo opportuno elencare le ragioni per le quali gli italiani tendenzialmente fanno stravincere l’astensionismo ormai troppo spesso:

-          CULTURA
Parliamoci chiaro, lo strumento referendario non fa parte della nostra cultura, ci abbiamo provato qualche volta ma salvo sporadici casi (aborto, finanziamento pubblico ai partiti…) il quorum spesso non si raggiunge
-          MEDIA
Purtroppo gli italiani sono guidati solo dai media e da ciò che loro vorrebbero che noi pensassimo e questi influenzano il nostro pensiero in modo massiccio invece la loro funzione dovrebbe essere quella di aiutarci a capire e guidare il nostro pensiero esclusivamente alla riflessione su cosa sia più giusto per noi e non per loro
-          POLITICI
Questa voce avrei dovuto metterla in neretto perché è quella che più di tutte determina il sostanziale disinteresse nei confronti dello strumento referendario: è difficile oggettivamente contrastare questa visione dei fatti dopo che si spendono (sprecano) ben 300 milioni di euro solo per evitare l’election day con le Amministrative (troppo alto il rischio di raggiungere il quorum), dopo che lo stesso Capo del Governo nonché l’ex Presidente della Repubblica annunciano che il non andare a votare è un diritto (peccato che non sia scritto da nessuna parte e questa cosa esce fuori solo ora che forse fa comodo a loro e non in tante altre quando parlano di dovere di voto e non di diritto), dopo che sono riusciti a creare il “rimborso elettorale ai partiti” da sostituire al finanziamento pubblico ai partiti appena abrogato.

Detto questo evidenziamo inoltre quanto ogni volta che ci sia un referendum abrogativo nel nostro Paese si parli di tutto tranne che dell’argomento in questione: pensate che abbiamo speso 300 milioni di euro per farci non decidere cosa dovrebbe o non dovrebbe succedere entro le 12,5 miglia marine quando oltre questa soglia (quindi anche 12,6) potrà continuare a succedere di tutto, pensate che abbiamo speso 300 milioni di euro per decidere su trivellazioni petrolifere che sono una parte nettamente minoritaria rispetto a quelle di gas metano che sono passate sotto silenzio in quanto totalmente innocue e necessarie per il Paese, pensate che abbiamo speso 300 milioni di euro senza che nessun giornale, nessun telegiornale e forse solo qualche sito ci abbia rappresentato la situazione di un Paese europeo come la Norvegia, beh io personalmente ci sono stato e mi sono documentato, vi informo che lo Stato scandinavo è uno dei più trivellati d’Europa, nonostante questo il loro mare è pulitissimo, le risorse energetiche che loro utilizzano sono le più Green in assoluto, sapete cosa ci fanno con il petrolio e il gas che estraggono dai loro mari? Lo vendono e diventano uno dei Paesi più ricchi d’Europa! E’ anche per questo motivo che non entrano a far parte dell’Unione Europea, un gruppo di Stati che non riesce a decidere nulla di nulla!
In ultimo abbiamo speso 300 milioni di euro per non decidere nulla quando forse a noi pescaresi ne sarebbero bastati molti meno (ma molti molti meno) per cominciare ad eliminare gli scarichi abusivi nel nostro fiume che probabilmente anche quest’anno ci impediranno di fare il bagno a meno che il nostro Sindaco ci faccia credere che abbia la bacchetta magica…
In conclusione vi dico che sono convinto che bisognerebbe abolire il quorum perché chi decide di non decidere non può influenzare tutti gli altri; io non ho paura di dire che sono andato a votare perché ritengo la partecipazione sempre una risorsa e, ovviamente, ho votato NO.


di ALESSANDRO TUCCI

sabato 16 aprile 2016

ELEZIONI A ROMA, MAI COME IN QUESTO MOMENTO VINCERE NON CONVIENE A NESSUNO... E SI VEDE!






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Ciao a tutti, dopo tanto tempo torno a scrivere su questo blog dando una mano al mio carissimo amico Lorenzo per dare un contributo di chiarezza a tutti voi;
oggi parliamo delle imminenti elezioni amministrative della Capitale d’Italia, Roma, dove per motivi di lavoro vivo da qualche anno scontrandomi con i problemi di questa città dalle tantissime potenzialità inespresse.
Roma è sempre stata una città difficilmente governabile, sempre alle prese con numerosi problemi (dai trasporti, alla viabilità, alla pulizia e decoro, ecc.) che nel corso degli anni non sono stati risolti ma per i quali non si è visto neanche il seppur minimo miglioramento, inoltre da poco tempo è venuto fuori il bubbone di Mafia Capitale che ci ha fatto capire i motivi per i quali i soldi mancano continuamente per il bene della Città Eterna. Data tutta questa premessa veniamo alle imminenti elezioni amministrative per le quali, dal mio punto di vista, l’intento delle varie forze politiche è piuttosto chiaro, paradossalmente è meglio perdere per lasciare la patata bollente in mano agli altri essendo pronti a criticarli….per  questo analizzerei schieramento per schieramento la situazione:

-          CENTROSINISTRA
Partiamo dallo schieramento uscente che, con Ignazio Marino, ha governato la città in questi ultimi anni: tralascerei gli interlocutori anni di governo del chirurgo in quanto evidentemente non lasceranno nel cuore e nella mente dei romani cose memorabili se non la contestatissima chiusura dei Fori Imperiali alle auto e al notevole aumento dei problemi rimasti irrisolti; detto questo è evidente quanto il Partito Democratico abbia imposto una candidatura debole, quella di Roberto Giachetti, perché sicuramente l’influenza dell’ultima infelice esperienza segnerà il risultato e quindi non sarebbe stato utile bruciare un nome forte buttandolo incontro ad una sconfitta pressochè certa.
-          CENTRODESTRA
Qui penso che qualsiasi parola sia sprecata in quanto i fatti parlano troppo chiaro, dapprima l’accordo tra tutte le forze su Bertolaso poi silurato dalla Lega e da FDI a favore di Giorgia Meloni per non parlare di Storace rimasto sul guado a vedere ciò che succede, in ultimo l’abbandono di quell’Alfio Marchini che in questi anni ha sperato ardentemente di avere un appoggio decisivo a destra e invece si ritroverà da solo a combattere libero dai partiti: è fin troppo evidente che con questa divisione interna è assolutamente impossibile per qualunque candidato arrivare anche solo al ballottaggio e penso che peraltro ora sia anche troppo tardi per trovare un accordo unitario in quanto il teatrino sta andando ancora avanti a meno di due mesi dalle elezioni: davvero incredibile! Mi dispiace soprattutto per la Meloni, a mio parere l’unica che avrebbe avuto delle reali chance.
-          MOVIMENTO 5 STELLE
Certamente i più coerenti, solita maniera di cercare il candidato giusto ma anche qui, nonostante restino i favoriti assoluti pare che la campagna elettorale sia meno spinta di quello che potrebbe essere, eppure basterebbe poco per dare la spallata decisiva agli altri schieramenti e “rischiare” di vincere al primo turno senza neanche il ballottaggio. Ad oggi comunque pare lo schieramento più accreditato, quantomeno il ballottaggio pare sicuro, la candidatura è donna, è fresca con la pecca forse dell’inesperienza che potrebbe travolgere la povera Raggi a causa della pesantezza dei problemi romani di cui parlavamo pocanzi.

Al termine di questa analisi il mio obiettivo è portare tutti voi alla riflessione inevitabile del fatto che probabilmente a nessuno conviene vincere oggi a Roma, oggettivamente una città in cui solo all’opposizione si ha da guadagnare, sarà troppo facile tacciare la forza politica vincente di non poter fare nulla vista la situazione; ma io credo fortemente nel fatto che bisogna avere obiettivi piccoli, bisogna cominciare a cambiare le cose dal basso e migliorare piano piano, questà città deve necessariamente tornare a vivere perché la Capitale è lo specchio dell’Italia, nessuno, nemmeno noi cittadini del Mondo possiamo abbandonarla.

ALESSANDRO TUCCI