E' di oggi la notizia che Beppe Grillo ha intenzione di indire un referendum sull'uscita dell'Italia dall'area Euro, al fine di riconquistare la sovranità monetaria, condizione necessaria secondo il leader del M5S per uscire da questa crisi che ci attanaglia ormai da oltre sei anni.
A prescindere da come la si pensi, c'è una costanza storica che ripercorre la storia della nostra Giovine Italia, per riprendere un termine Mazziniano... e vale a dire il dualismo, che a parte il calcio ci vede quasi sempre perdenti, con i quadrati e perfezionisti tedeschi, i quali per bocca dei loro esponenti politici non perdono occasione per punzecchiarci.
Vi ripropongo, allora, una poesia satirica di Giuseppe Giusti del 1846: Il Sant'Ambrogio di Milano che già a quei tempi manifestava attraverso i suoi versi un malcontento generale nei confronti del prepotente popolo teutonico...
Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco
Per que’ pochi scherzucci di dozzina,
E mi gabella per anti-tedesco
Perchè metto le birbe alla berlina,
O senta il caso avvenuto di fresco,
A me che girellando una mattina,
Capito in Sant’Ambrogio di Milano,
In quello vecchio, là, fuori di mano.M’era compagno il figlio giovinettoEntro, e ti trovo un pieno di soldati,
D’un di que’ capi un po’ pericolosi,
Di quel tal Sandro, autor d’un Romanzetto
Ove si tratta di Promessi Sposi......
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
In tutt’altre faccende affaccendato,
A questa roba è morto e sotterrato.
Di que’ soldati settentrïonali,
Come sarebbe Boemi e Croati,
Messi qui nella vigna a far da pali:
Difatto, se ne stavano impalati,
Come sogliono in faccia a’ Generali,
Co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
Davanti a Dio diritti come fusi.Mi tenni indietro; chè piovuto in mezzo
Di quella maramaglia, io non lo nego
D’aver provato un senso di ribrezzo
Che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
Scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
In quella bella casa del Signore,
Fin le candele dell’altar maggiore.Ma in quella che s’appresta il Sacerdote
A consacrar la mistica vivanda,
Di subita dolcezza mi percuote
Su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
Come di voce che si raccomanda,
D’una gente che gema in duri stenti
E de’ perduti beni si rammenti.
Era un coro del Verdi; il coro a DioChe vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
Là de’ Lombardi miseri assetati;
Quello: O Signore, dal tetto natio,
Che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io;
E come se que’ côsi doventati
Fossero gente della nostra gente,
Entrai nel branco involontariamente.
Poi nostro, e poi suonato come va;
E coll’arte di mezzo, e col cervello
Dato all’arte, l’ubbíe si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
Io ritornava a star, come la sa;
Quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
Da quelle bocche che parean di ghiro,Un cantico tedesco lento lento
Per l’äer sacro a Dio mosse le penne:
Era preghiera, e mi parea lamento,
D’un suono grave, flebile, solenne,
Tal che sempre nell’anima lo sento:
E mi stupisco che in quelle cotenne,
In que’ fantocci esotici di legno,
Potesse l’armonia fino a quel segno.Sentía nell’inno la dolcezza amara
De’ canti uditi da fanciullo: il core
Che da voce domestica gl’impara,
Ce li ripete i giorni del dolore:
Un pensier mesto della madre cara,
Un desiderio di pace e d’amore,
Uno sgomento di lontano esilio,
Che mi faceva andare in visibilio.
E quando tacque, mi lasciò pensosoA dura vita, a dura disciplina,
Di pensieri più forti e più soavi.
Costor, dicea tra me, Re pauroso
Degl’italici moti e degli slavi,
Strappa a’ lor tetti, e qua senza riposo
Schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
Gli spinge di Croazia e di Boemme,
Come mandre a svernar nelle Maremme.
Muti, derisi, solitari stanno,
Strumenti ciechi d’occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno:
E quest’odio, che mai non avvicina
Il popolo lombardo all’alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.Povera gente! lontana da’ suoi,
In un paese qui che le vuol male,
Chi sa che in fondo all’anima po’ poi
Non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi. —
Qui, se non fuggo, abbraccio un Caporale,
Colla su’ brava mazza di nocciolo,
Duro e piantato lì come un piolo.





Chi di voi non ha mai pensato di recarsi in banca per valutare soluzioni d'investimento per i propri risparmi?Visto il periodo di crisi, immagino già la risposta di molti, eppure,sicuramente c'è chi ancora oggi ha la fortuna di ereditare i risparmi di famiglia. Allora, per i più fortunati la domanda nasce spontanea: Come collocarli, come investirli? purtroppo non esiste investimento giusto o investimento sbagliato, non esiste investimento migliore o investimento peggiore. Per spiegarvi il motivo di questa mia affermazione, oggi,vi parlerò di ASSET ALLOCATION. Con tale termine si nomina quel processo attraverso il quale un risparmiatore investe e suddivide la propria ricchezza, considerando i propri obiettivi ed identificando le proprie necessità finanziarie (stimate o certe). Le somme disponibili vengono ripartite tra le varie attività finanziarie, dette in gergo tecnico asset class. Le principali sono:


