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domenica 31 luglio 2016

SIAMO CITTADINI, SUDDITI DELLE MULTINAZIONALI?

Non smetteremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta.

Thomas Stearns Eliot


La frase di T.S. Eliot, premio Nobel per la letteratura nel 1948, racchiude in due righe l'esplosività e l'esuberanza della razza umana, sempre alla ricerca di qualcosa, sempre insoddisfatta, bramosa di potere, di novità e di cambiamento, una irrazionalità di fondo che fa perdere di vista il fatto che le cose importanti spesso le abbiamo a portata di mano.
Non fa eccezione il Mondo globalizzato in cui viviamo, dove troppo spesso si perde di vista l'obiettivo primario da raggiungere, e cioè il benessere sociale comune; e dove i governi e la varie istituzioni sovranazionali che ci governano fanno a gara per introdurre regole, norme e divieti che poco avrebbero a che fare con l'aggettivo globalizzato. Siamo davvero così poco governabili da aver bisogno di migliaia di leggi e leggine? Forse si, o forse il Mondo sta cambiando ad una velocità talmente elevata che chi ha in mano il potere politico non ci sta capendo davvero nulla; ed è qui che si devono sentire chiamate in causa le nuove generazioni, figli e nipoti di chi ha rovinato in poco meno di cento anni il nostro Pianeta, dilaniandolo con due guerre mondiali, con l'esasperazione del razzismo e con la ricerca del lucro a tutti i costi...
Il Mondo cambia, e continuerà a farlo sempre più velocemente, ma non è così scontato che tale cambiamento sarà in meglio, siamo noi gli artefici del nostro destino e dobbiamo essere consapevoli che ogni nostro comportamento potrà essere funzionale allo sviluppo della civiltà od al suo definitivo declino che potrebbe portare anche all'autodistruzione: abbiamo i mezzi per farlo.
Non è mai facile descrivere la propria epoca, perché l'emotività prende sempre il sopravvento e ci fa perdere di vista i punti cardine da analizzare, basti pensare che J.M. Keynes nel 1927 affermava "non avremo altri crolli nei nostri tempi" alla vigilia di quella che è stata la più grande depressione economica del XX secolo! Voglio però lanciare ai lettori una riflessione sul sistema economico globale, che sta fagocitando la sovranità di decine e decine di stati.
C'erano una volta le imprese, i consumatori e gli stati, e sulla base di questi tre fondamentali elementi si studiava il sistema economico ed il modo migliore per governarlo; ogni governo aveva una ricetta per il proprio sistema interno ed era sovrano in patria, ciò ha determinato un certo ordine politico-economico che per alcuni decenni non solo ha retto, ma ha provocato una crescita economica senza paragoni. Il Mondo era fondamentalmente suddiviso tra nord e sud, con il primo decisamente più ricco del secondo.
Fin dall'inizio degli anni '90, però, molte imprese hanno iniziato a delocalizzare le proprie unità produttive verso paesi che presentavano manodopera a buon mercato, per usare un eufemismo. Le imprese strategicamente più furbe hanno così ottenuto un vantaggio competitivo sui competitors che si erano mossi in ritardo e/o male. Il passo successivo è stato quello delle aggregazioni, matrimoni tra imprese anche di notevoli dimensioni, finalizzati a diventare leader di mercato, spazzando via la concorrenza e riempire le tasche di manager non sempre paladini della soddisfazione del cliente/consumatore. Sono nate le multinazionali moderne: veri e propri colossi economici, potenti al punto tale da influire sulle scelte politiche dei governi, irresponsabili al punto tale da tagliare in un sol colpo migliaia di posti di lavoro quando i margini di mercato si assottigliavano.
E' sintomatico da questo punto di vista che nel 2012 la capitalizzazione di mercato di Apple abbia superato il PIL della Svizzera!
Cosa sono allora le multinazionali? E cosa siamo noi comuni mortali? Cittadini del mondo, o sudditi di queste entità che influiscono sulle scelte politiche dei governi?
Perché fondamentalmente, non c'è molta differenza tra un dipendente di Apple o di un altro colosso ad esso assimilabile ed un qualsiasi cittadino che vive, lavora e rispetta le norme giuridiche del proprio paese. Entrambi producono per il bene personale e comune, entrambi rispettano delle regole, ed entrambi ricevono in cambio i mezzi per il proprio sostentamento o sotto forma monetaria o sotto forma di servizi.
La domanda che mi pongo allora è la seguente: le Multinazionali dovrebbero assumere uno status giuridico superiore affiancando il loro operato a quello di stati sovrani, oppure sono gli stati che dovrebbero rivedere le proprie posizioni, e provare ad applicare concetti tipicamente aziendalistici per migliorare il benessere dei cittadini?
La questione rappresenta chiaramente una provocazione, finalizzata a prendere coscienza del fatto che ci sono nel Mondo troppe situazioni limite che vengono affrontate in maniera del tutto inadeguata, a discapito dei singoli individui che si trovano perennemente in una situazione di ricorsa alla vita, che attribuisce loro lo status di cittadini, ma che li rende in definitiva schiavi di un sistema dove la libertà ed i diritti individuali vengono troppo spesso calpestati.




mercoledì 27 luglio 2016

IL SISTEMA FISCALE ITALIANO E' ANTICOSTITUZIONALE

Art. 53 Costituzione della Repubblica Italiana:

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro
capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”



Quello sopra riportato è l'articolo n. 53 della nostra Carta Costituzionale, e rappresenta un principio di basilare importanza, considerando il sistema fiscale un corpo unico composto da tutti quei versamenti che i cittadini effettuano nei confronti dello Stato.
Purtroppo, però, nel corso degli anni i cittadini italiani sono stati vittime di balzelli ed adeguamenti, istituzione di nuovi tributi ed aumenti che sono sempre stati presentati come necessari per il bene comune, ma che in realtà hanno alimentato una macchina diabolica composta carrozze e carrozzoni il cui unico scopo era quello di sistemare amici e parenti per ottenere consenso alle varie tornate elettorali.
Passata l'ondata dei carrozzoni, venne quella dei sacrifici per superare la crisi... Oh mamma mia, la crisi... Io ho 35 anni, e lo dico per i più giovani, sono nato con la crisi e credo che morirò con la crisi o per la crisi! Da che ho memoria, la crisi è sempre stata sulle prime pagine dei giornali ed ha rappresentato un cavallo di battaglia per tutti i governi che si sono succeduti, ma con l'unica finalità di creare privilegi per la casta.
Negli anni '90, un altro tormentone travolse i contribuenti italiani: la necessità di entrare in Europa, che comportò l'aumento dell'IVA ordinaria dal 16 al 20%, l'aumento delle accise sui carburanti e l'istituzione dell'IRAP, l'imposta più odiata da chi fa impresa. Acronimo di Imposta sul reddito delle Attività Produttive, la si può sintetizzare in questo modo: se ho un impresa e gli affari mi vanno bene, sarà abbastanza logico che dovrò assumere nuovo personale, ebbene si, se assumi personale vuol dire che la tua attività è cresciuta e pertanto devi pagare un'imposta, che prescinde da quella sul reddito, perché hai incrementato l'attivo della tua attività produttiva. Che fenomeni che sono i nostri politici, da Guinness dei Primati!
Ma torniamo a noi, perché di storie assurde legate al sistema fiscale italiano ce ne sarebbero tante e buffe, per non dire drammatiche, da raccontare.
A questo punto, dato che lo stato preleva, preleva, preleva, il minimo che potremmo aspettarci sarebbe quello di avere dei servizi efficienti, delle città pulite, degli ospedali tra i migliori al Mondo ed una quasi totale assenza di criminalità. Niente affatto, perché lo Stato negli anni ha incassato con una mano, ma non ha ridato il corrispettivo di quanto incassato con l'altra mano, con il risultato che il debito pubblico è salito in maniera esponenziale, nonostante il gettito fiscale abbia avuto lo stesso andamento.
La nostra Costituzione sancisce un principio ben preciso, e cioè che "il sistema tributario è informato a criteri di progressività"; ciò non vuol dire soltanto che chi guadagna di più deve giustamente contribuire maggiormente, ma lo deve fare in maniera più che proporzionale. Facciamo un esempio pratico: se io ho un reddito lordo di 50, lo Stato mi impone di pagare 10 di tasse, ma se il mio reddito è di 100 allora non dovrò pagare 20, bensì 30, vale a dire 10 sui primi 50 e 20 sui redditi da 51 a 100.
Il risultato è che un reddito di 50 avrà una pressione fiscale pari al 20%, mentre il reddito di 100 avrà una pressione fiscale pari al 30%. Questa è la progressività.
Purtroppo, la progressività esiste solo per le imposte indirette, quelle cioè che si pagano sui redditi dichiarati, ma purtroppo la presenza di tributi locali, tasse di possesso e bolli vari che incombono sui contribuenti come una spada di Damocle, rendono il nostro sistema tributario molto iniquo e conseguentemente regressivo, cioè contrario al principio enunciato nella Carta Costituzionale!
Ho il maledetto vizio di voler suffragare le mie idee con i numeri, ed allora ecco illustrato brevemente il carico fiscale di una famiglia di ceto medio composta da 3 persone, moglie marito e figlio di 5 anni.
Mario Rossi è un impiegato di 38 anni ed ha un reddito lordo di 35.000,00 € che al netto di contributi ed imposte sul reddito porta nelle sue tasche un reddito netto di ca. 25.000,00 €.
Mario Rossi ha acquistato un appartamento di 100 mq 5 anni fa, pagandolo 150.000,00 € e contraendo un mutuo di € 100.000,00. Grazie all'aiuto dei genitori e dei suoceri, ha conservato una liquidità di 20.000,00 che ha depositato in Banca.
Mario Rossi, ogni giorno per andare a lavorare percorre tra andata e ritorno 30 Km, con una spesa per carburante di circa 2,20 € tra andata e ritorno ed una spesa mensil
e ca. 50 € mensili e 600€ annui. Purtroppo però tra accise ed IVA versa allo stato 32,50 € che in un anno fanno 390€ di imposte per andare a lavorare!
Ogni anno, il nostro Mario Rossi dovrà pagare per la sua auto familiare un bollo di 200 €, mentre l'imposta sui rifiuti si aggira intorno ai 360 €.
Dei soldi depositati in banca, il Sig. Rossi ne possiede 10mila in conto corrente, sui quali lo stato pretende un bollo di € 34,20, mentre i restanti 10mila sono investiti in titoli di stato, sui quali è applicata un'imposta di bollo dello 0,20% pari ad € 20.
Se dal reddito netto detraiamo quindi queste imposte, il nostro contribuente dovrà versare allo stato ulteriori 1000 €, per il solo fatto di alzarsi la mattina ed andare a lavorare.
A tutto ciò, vanno inoltre aggiunte tutte quelle spese impreviste, come ticket sanitari, imposte sui capital gain, imposte sull'erogazione di servizi di prima necessità quali luce e riscaldamento, nonché le imposte dovute una tantum al momento dell'acquisto dell'abitazione e dell'autovettura.
Oltre a quanto, molto sinteticamente descritto, va sommato tutto l'impianto di imposizione diretta previsto dal nostro ordinamento, che tutto fa, fuorché gravare in maniera progressiva sui redditi dei cittadini.
Questo è il mostro burocratico con cui siamo costretti a combattere ogni giorno, pachidermico, inefficiente e regressivo, quindi anticostituzionale con un peso proporzionalmente maggiore per i redditi medi e bassi.
Un sistema del genere, provoca, per chi se lo può permettere, la fuga di capitali verso paradisi fiscali, ed una tacita, seppur illegittima autoconvinzione di essere autorizzati ad evadere.
Essendo l'indicazione dell'Europa e del FMI quella di spostare la tassazione verso un sistema di imposizione diretto, l'unica soluzione per riportare la pressione fiscale entro gli argini di progressività è quella di istituire per l'imposizione indiretta un'aliquota unica, la cosidetta Flat Tax, già in vigore in oltre 40 paesi del Mondo, tra cui la vicina Irlanda che nel 2000 introdusse un'aliquota unica al 12,50% che consentì al paese uno sviluppo economico notevole in pochi anni, nonché una fortissima reattività alla crisi finanziaria scoppiata nel 2008.

di Lorenzo Rapino

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com 

mercoledì 20 luglio 2016

NON CI RESTA CHE... PIL...

COSA DEVE FARE L'UNIONE EUROPEA PER USCIRE DAL TUNNEL


Viviamo un tempo in cui contano solo i numeri, ma i numeri non sono altro che uno strumento inventato dagli uomini per sintetizzare la realtà e non per governarla.


La premessa per il XXI secolo era assolutamente diversa, almeno per chi come me, nato negli anni '80 vedeva l'anno 2000 come l'inizio del futuro, dell'avanguardia non solo tecnologica, ma sociale ed economica. Una generazione cresciuta con il mito del consumismo, delle risorse illimitate, del poter mangiare carne tutti i giorni, della ricchezza e della prosperità per tutti, della conquista della pace, dei popoli del terzo mondo che potevano finalmente mettersi in pari, ed invece?
Il nulla.
Siamo nel 2016 ed ogni cosa è cambiata, non esiste o è stata clamorosamente ribaltata dalla realtà dei fatti, un po' come il Leicester City che vince la Premier League, il Mondo forse non è mai stato così imprevedibile come gli anni che stiamo vivendo.
Un momento, ora che ci penso c'è una cosa che non è cambiata affatto ed anzi torna sovente nelle cronache giornaliere: il famigerato trattato di Maastricht, con i suoi mitici parametri che zavorrano il Vecchio Continente ormai da oltre vent'anni in una morsa di regole, vincoli e fantomatiche procedure d'infrazione che non fanno altro infrangere i sogni di una generazione (fra poco due... e se non ci muoviamo tre!) su un muro di numeri che definire inutile è quantomeno eufemistico!
Senza essere troppo pretenziosi, ma cercando realisticamente di capirci qualcosa, andiamo ad analizzare quanto incidono questi parametri nella nostra vita quotidiana:
L'UE impone ai paesi membri, di mantenere il rapporto Deficit/PIL entro il 3%, ciò significa che se per il 2015 il mio PIL è stato pari a 100, non posso accumulare un debito superiore a 3 per il bilancio relativo all'anno 2015.
L'altro parametro importante è il Debito/PIL, che non può superare il 120% e che rappresenta un indice di solvibilità, cioè la capacità di onorare i debiti contratti nel lungo periodo. La differenza tra deficit e debito è molto semplice: il deficit si riferisce ad un solo anno, mentre il debito è il totale dei prestiti (debiti appunto) accumulati, dove figurano gli interessi del debito pubblico pagato dallo Stato, a cui si devono sottrarre però la spesa per il cd. Stato Sociale (assistenza, sanità, pensioni).
Va da se, che le leve su cui può agire un governo sono due: la riduzione del debito, attraverso il taglio della spesa pubblica, oppure adottare misure finalizzate alla crescita del PIL, cioè del denominatore dei due indici appena descritti.
Il problema fondamentale, è che se uno Stato versa in condizioni economiche critiche, l'UE impone di agire sul numeratore dei due indici, vale a dire la riduzione del deficit e del debito.
Ciò significa semplicemente che se state soccorrendo una persona che ha una crisi respiratoria, non potete darle l'ossigeno, ma operare esclusivamente un massaggio cardiaco ed una respirazione bocca a bocca.
Capite bene che c'è un problema di fondo: a questo punto a cosa serve l'Unione Europea? Già perché a livello economico, la riduzione del deficit e del debito, provocheranno una ulteriore ed ineluttabile contrazione del PIL, conseguente alla necessità di ridurre le voci di spesa del bilancio statale.
Orbene, il compito dell'Unione Europea, dovrebbe essere invece quello di proteggere gli stati che versano in uno stato di difficoltà, stato di difficoltà che potrebbe verificarsi non solo a seguito di anni e anni di malgoverno, ma anche a causa di fattori esogeni, che in un mondo globalizzato diventano giocoforza endogeni e quindi da gestire al fine di eliminare o quantomeno ridurre gli shock di mercato a cui si potrebbe andare incontro.
Con i trattati di Maastricht e di Amsterdam prima e con quello di Lisbona poi, gli stati membri dell'UE hanno accettato di cedere parte della loro sovranità, perché convinti di andare nella giusta direzione, ma hanno realizzato un clamoroso autogoal, incartandosi in un groviglio di regole, che necessita di una revisione urgente per evitare che le stesse, nate per unire l'Europa, non finiscano per dividerla.
Credo che nell'affrontare i problemi si debba essere pragmatici, e capire responsabilmente che certi parametri sono nati in un epoca ed in un contesto economico/politico totalmente differenti dagli scenari attuali. L'UE nata con uno spirito liberale, con l'idea di non interferire negli affari economici privati, ma soprattutto con l'obiettivo di portare benessere agli stati membri, dovrebbe capire che l'unico modo per dare una decisa sterzata alla situazione di crisi o quantomeno di effimera e lentissima ripresa alla quale stiamo assistendo sia quella di sciogliere un pochino le briglie, delegando ai governi quella giusta flessibilità in termini di spesa che possa far tornare la fiducia nei consumatori, far ripartire con decisione il PIL, provocando una rapida crescita dei redditi.
E' questa, a mio modo di vedere, la soluzione più efficace per uscire da un tunnel deflattivo creato da quelle regole che un tempo potevano avere un senso, ma oggi no.

di Lorenzo Rapino

Quest'articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com