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venerdì 5 agosto 2016

SIAMO CITTADINI O SUDDITI DELLE MULTINAZIONALI? #2



Nel precedente articolo accennavo ai punti di contatto tra due realtà apparentemente molto distanti tra loro, e cioè tra Stati e multinazionali, con i primi che in alcuni casi, come in Italia, dimenticano di “coccolare” i propri contribuenti, e le seconde che al contrario assumono sempre più una forma, una dimensione ed una potenza economica tali da superare il PIL di svariate decine di Stati sovrani. Questo non significa affatto che si debbano catalogare come cattive e buone (o viceversa), ma offrono certamente una nuova chiave di lettura del nostro sistema economico e conseguentemente della struttura organizzativa della nostra società.
Da una parte ci siamo noi cittadini, che abbiamo il diritto/dovere di vivere un’esistenza basata sull’autosostentamento attraverso la remunerazione di un’attività lavorativa, senza gravare sulla società civile, rispettando la libertà altrui ed ottenendo assistenza sanitaria ed economica al termine della vita lavorativa – assistenza finanziata, ovviamente, dai contributi previdenziali versati dal lavoratore nel corso degli anni. Dall’altra parte, il compito di uno Stato dovrebbe essere quello di garantire la sicurezza, l’istruzione e l’erogazione di servizi, in linea con quanto pagato dai cittadini per il tramite dell’imposizione fiscale, facendosi garante della sicurezza e quindi del rispetto delle norme che regolano il sistema giuridico interno.
Sebbene sembri scontato, questo patto tra Stato e cittadini presenta dei confini sottilissimi, e delle criticità enormi che si presentano ogni qualvolta i patti non vengono rispettati: le conseguenze delle infrazioni commesse dai cittadini, si riversano giocoforza sull’intera società, e non mi riferisco solo a reati di natura violenta, ma anche e soprattutto a quei comportamenti che hanno lo scopo di evadere l’imposizione fiscale. L’evasione fiscale crea, pertanto, uno squilibrio sociale enorme. Ed è proprio qui che si rompe quel sottile argine del patto Stato-cittadini, perché lo Stato non è un entità astratta, ma una struttura piramidale composta da cittadini.
Nel momento in cui i vertici della piramide sono i primi a non rispettare il patto, provocano nella società l’autoconvinzione che quel dato comportamento possa essere considerato lecito. Il risultato si riassume in un folcloristico “si salvi chi può!“. Purtroppo, però, chi può si salva davvero, distraendo il proprio patrimonio e le proprie attività dalle grinfie di uno Stato fiscalmente invadente e provocando un’impoverimento generale, che si sostanzia nella fuga di capitali e nella delocalizzazione di unità produttive, le quali hanno come conseguenza la riduzione dei posti di lavoro. Tale situazione determina nel medio periodo una riduzione del gettito fiscale, che può essere compensata solo con nuove imposizioni e tagli di servizi.
I tagli troppo spesso ricadono su sanità ed istruzione, che nel lungo periodo provocano un peggioramento delle condizioni di vita e la fuga dei cervelli migliori verso paesi che offrono maggiori opportunità. Anche in questo caso vale la logica del “si salvi chi può!”, ma gli effetti, questa volta ancor più devastanti, si vedono nel lungo periodo attraverso un impoverimento generale della popolazione: è recessione.
Una multinazionale è, invece, un’entità che accoglie i propri dipendenti/sudditi a fronte di una selezione, ed ha il potere contrattuale di imporre un determinato codice comportamentale, pena il licenziamento. Questa entità sovranazionale, alla stregua di uno Stato, esercita sui dipendenti la propria sovranità, fatta sì di imposizioni e di ordini operativi, ma anche di agevolazioni e benefit che vanno a sommarsi al reddito monetario erogato per la prestazione lavorativa ricevuta. Il lavoratore fa parte di una comunità, viene remunerato per essere funzionale ad un bene comune, per prestare le proprie capacità ed il proprio tempo, ed ha l’obiettivo di svolgere al meglio il proprio compito per ottenere delle gratificazioni professionali ed economiche aggiuntive. Analogamente agli Stati sovrani, imprese di siffatte dimensioni presentano una struttura piramidale teoricamente scalabile; se i vertici di tale organizzazione non sono bravi manager, o adottano comportamenti che contravvengono le norme interne e/o del sistema giuridico di cui sono parte, le conseguenze per l’impresa possono essere molto gravi e portare ad una crisi aziendale che può minare la sopravvivenza della stessa.
In una siffatta situazione, il lavoratore può in propria autonomia applicare la regola del “si salvi chi può!”, offrendo la propria forza lavoro ad altre imprese. È sintomatico come realtà così diverse presentino numerosi punti di contatto nelle dinamiche che li caratterizzano, ma il principio che le regola è sempre lo stesso: l’indole dell’essere umano. L’uomo, per spirito di sopravvivenza, sente la necessità di far parte di un gruppo, di una comunità, di una struttura, per sentirsi più forte e difeso; troppo spesso, però, alcuni membri della comunità sentono il bisogno di ottenere un ingiusto vantaggio nei confronti degli altri partecipanti, mettendo a rischio l’esistenza stessa della struttura. Questo atavico istinto è alla base dell’arretratezza della nostra società. Forse gli Stati dovrebbero imparare ad essere un po’ più multinazionali, e le multinazionali dovrebbero avere nella loro mission un’anima maggiormente filantropica. Qualcuna già lo fa, ma purtroppo sono ancora come mosche bianche, nel panorama globale. Approfondirò le altre sfaccettature dell’argomento nel prossimo articolo.
di Lorenzo Rapino
Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com

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