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martedì 15 novembre 2016

UN ILLUSIONE CHIAMATA AUSTERITA'

I sacrifici fatti dai contribuenti italiani negli ultimi anni sono stati totalmente inutili... siamo succubi del Patto d'(IN)Stabilità!!!



Quasi un ventennio fa ormai, il "professore" Romano Prodi, allora Presidente della Commissione Europea, affermò che "con l'Euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più"... 
I benefici sarebbero stati molteplici e l'integrazione del mercato unico, unito al certosino lavoro degli organi europei per uniformare le normative nazionali, faceva presagire un futuro roseo per il Vecchio Continente, che si era finalmente dotato di un sistema di regole di ferro da rispettare ed aveva tracciato una road-map per l'introduzione di li a pochi anni una moneta unica che potesse avere un ruolo di primissimo ordine nel panorama economico internazionale.
Il nostro Paese che usciva malconcio da tangentopoli, fece salti mortali per rispettare quei parametri che rappresentavano la conditio sine qua non per far parte dell'unione monetaria.
Purtroppo la storia ha frantumato tutte le nostre speranze, ed a distanza di quasi quindici anni dall'introduzione dell'Euro constatiamo mestamente che la disoccupazione così come la pressione fiscale sono a livelli record, la sicurezza ed i servizi ai cittadini sono sempre più scadenti, la costruzione di nuove infrastrutture stenta a decollare, la burocrazia è sempre più invasiva e cosa ancor più grave, decine di migliaia di imprese hanno chiuso o peggio ancora delocalizzato la produzione in paesi dove i vincoli normativi ed il costo della manodopera è decisamente più economico.
A questo triste scenario si aggiunge l'umiliazione subita dal nostro Paese nel 2011 quando l'Unione Europea ha ci ha imposto per il tramite di un governo tecnico una serie di misure di emergenza volte ad evitare un default che avrebbe rappresentato una catastrofe irreversibile per tutto il Vecchio Continente.
Era necessario tutto ciò? E' stato giusto mettere più volte le mani nelle tasche dei cittadini in nome di un'austerità che non ha sortito un solo effetto positivo?
PURTROPPO NO, E VI SPIEGO PERCHE'.
Il Patto di Stabilità prevede che il rapporto DEFICIT/PIL non deve superare la soglia del 3%, mentre il rapporto DEBITO/PIL non deve oltrepassare il muro del 120%, ma a fronte dei nostri sacrifici qual è l'evoluzione del nostro debito pubblico negli ultimi 20?
Ecco a voi qualche numero:


Come potete facilmente notare, il debito pubblico dal 1996 al 2011 è passato da 1.213.508 Milioni di € a 1.897.546, con un aumento del 56,37% in 14 anni, a fronte di un rapporto DEBITO/PIL invariato al 120%, questo significa che il sistema produttivo è cresciuto, ma lo Stato mangia di più.
A cinque anni dall'emergenza Spread, da quel governo tecnico di "unità" nazionale presieduto da un altro eminente professore di economia, il debito pubblico sfiora oggi i 2.400.000 Milioni di €, con un ulteriore aumento di oltre il 21% in soli cinque anni!
Dove vanno a finire i nostri soldi? 
In poco meno di vent'anni abbiamo subito balzi e balzelli che hanno intaccato il nostro reddito ed il nostro patrimonio, L'IVA che è un imposta diretta e pertanto grava maggiormente sui soggetti con redditi più bassi è passata dal 19% del 1996 al 22%; sono state introdotte numerose accise sui carburanti, è stata reintrodotta l'imposta sugli immobili di proprietà ed è stato innalzato il bollo sulle auto. Senza contare la patrimoniale applicata al risparmio, con la tassazione delle rendite finanziarie passata dal 12,50% al 26% e l'aumento dei bolli sui titoli.
Purtroppo potremmo andare avanti per ore elencando i vari balzelli che abbiamo subito negli ultimi anni, ed il risultato è che siamo sempre, perennemente in una situazione di emergenza pertanto il risultato è uno solo: L'AUSTERITA' NON SERVE, perché rappresenta un cappio al collo dei cittadini che sono costretti a subire passivamente l'operato di uno Stato che preleva e non gestisce.
Concludo questa mia breve disamina con una domanda all'Esecutivo: 
Presidente Renzi, Professor Monti, dal 2011 ad oggi il debito pubblico è aumentato di 400 Miliardi di €, ci spiegate una volta per tutte che fine hanno fatto i nostri sacrifici? 

di Lorenzo Rapino

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com




lunedì 7 novembre 2016

SE IL PESCE GRANDE MANGIA TROPPI PESCI PICCOLI...

Una catena alimentare è l'insieme dei rapporti tra gli organismi di un ecosistema; se tale catena si spezza, l'ecosistema va in crisi. 


Uno dei primi insegnamenti di cui facciamo tesoro nella scuola elementare, o primaria come va di moda chiamarla oggi, è il funzionamento della catena alimentare, spesso descritto con la locuzione "il pesce grande che mangia il pesce piccolo". Questo concetto così basilare, ed anche abbastanza intuitivo, può essere rappresentato anche come sistema piramidale, sistema che implica la riduzione dei consumatori via via successivi. Tornando per un attimo al classico esempio del pesce grande che mangia il pesce piccolo, significa che man mano che saliremo nella catena alimentare incontreremo pesci sempre più grandi, ma inferiori come numerosità della popolazione. 
Tale principio non può non essere applicato anche all'economia. che rappresenta un vero e proprio ecosistema dove gli individui sono gli attori e ahimè il cibo è rappresentato dal vil denaro.
Vi siete mai chiesti cosa succede se il pesce o pesci grandi mangiano tutti i pesci piccoli? La risposta è semplice: la catena si spezza e l'esistenza dell'intero sistema viene messa a repentaglio, dal comportamento di pochi maledettissimi ed ingordi pesci, che si credono furbi ma che in realtà stanno facendo male a loro stessi. 
La globalizzazione è un fenomeno ineluttabile di portata storica e come tale ha determinato una rimodulazione del sistema economico capitalistico, il quale sta ancora cercando un nuovo punto di equilibrio mondiale. Tale equilibrio è venuto meno per tutta una serie di fattori, che vanno dall'instabilità politica di aree nevralgiche del Globo, all'introduzione di normative più stringenti per taluni paesi piuttosto che per altri, e ancora dalla delocalizzazione produttiva di numerose multinazionali, che hanno generato uno scompenso occupazionale nelle aree abbandonate, nonché dallo sviluppo a doppia cifra in pochissimi anni di economie emergenti e rilevanti a livello demografico come la Cina, l'India ed il Brasile.
Ma c'è un fattore che non viene quasi mai considerato, vale a dire il Gap Salariale, cioè la differenza retributiva tra un CEO e un impiegato. Negli anni cinquanta, in pieno boom economico, questa differenza era in media di 20:1, ciò significa che un Top Manager aveva una remunerazione pari a venti volte quella di un impiegato medio, tradotto in numeri significa che se un impiegato ha una retribuzione di 1500 Euro al mese, il Top Manager percepirà un compenso di Euro 30mila. 
Siete senza parole? Bene, negli anni '80, quando l'economia andava ancora molto bene, questo Gap è passato a 40:1!!! Sorpresi? Il bello deve ancora venire: nel 2000 questo Gap si attestava mediamente intorno a 120:1, Oggi siamo arrivati ad una media di 204:1!!! Ci sono stati casi ancor più eclatanti, infatti nel 2011, nonostante risultati deludenti il Ceo di JCPenny Ron Johnson spuntò un compenso complessivo pari a 1795 volte lo stipendio medio dell'azienda stessa, e 18000 volte la retribuzione media di un lavoratore della grande distribuzione. 
E' giusto che un Top Manager abbia delle retribuzioni così importanti, ma soprattutto centinaia di volte superiore a quella dei propri dipendenti? Peter Drunker, esperto di management scomparso nel 2005, già nel 1984 poneva questo problema, definendo tale Gap "Moralmente e socialmente imperdonabile" sostenendo anzi che un giusto Gap Salariale si sarebbe dovuto attestare a 20:1 o al max 25:1.
Probabilmente trentadue anni fa Druncker non immaginava di essere stato tanto profetico, ma la realtà dei fatti ci suggerisce che molte aziende e multinazionali prima di annunciare tagli indiscriminati di personale, che vanno ulteriormente a minare la stabilità del sistema economico, dovrebbero eticamente ripensare un sistema di redistribuzione del reddito al loro interno, perché se è vero che le politiche monetarie e fiscali devono avere un ruolo principale nella regolamentazione dei mercati, è altresì vero che gli attori stessi devono fare la propria parte cercando di recitare al meglio il ruolo che occupano all'interno del sistema. In fondo, se ci pensate, un attore quando è sul set dà sempre il massimo per far si che un film di cui è protagonista abbia successo, non si affidandosi esclusivamente al regista ed al produttore, perché sa che alla fine lo spettatore lo giudicherà...
Una etica redistribuzione del reddito all'interno di una realtà aziendale può rappresentare la linfa giusta per incrementare la produttività, l'efficienza e la soddisfazione dei lavoratori; il maggior beneficio economico si riverserà attraverso l'aumento dei consumi e tale effetto porterà nel lungo periodo una crescita del PIL e la ripresa dell'inflazione, attualmente ben lontana da quel 2% che rappresenta un benchmark di buono stato di salute dell'economia.

di Lorenzo Rapino

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com