Una catena alimentare è l'insieme dei rapporti tra gli organismi di un ecosistema; se tale catena si spezza, l'ecosistema va in crisi.
Uno dei primi insegnamenti di cui facciamo tesoro nella scuola elementare, o primaria come va di moda chiamarla oggi, è il funzionamento della catena alimentare, spesso descritto con la locuzione "il pesce grande che mangia il pesce piccolo". Questo concetto così basilare, ed anche abbastanza intuitivo, può essere rappresentato anche come sistema piramidale, sistema che implica la riduzione dei consumatori via via successivi. Tornando per un attimo al classico esempio del pesce grande che mangia il pesce piccolo, significa che man mano che saliremo nella catena alimentare incontreremo pesci sempre più grandi, ma inferiori come numerosità della popolazione.
Tale principio non può non essere applicato anche all'economia. che rappresenta un vero e proprio ecosistema dove gli individui sono gli attori e ahimè il cibo è rappresentato dal vil denaro.
Vi siete mai chiesti cosa succede se il pesce o pesci grandi mangiano tutti i pesci piccoli? La risposta è semplice: la catena si spezza e l'esistenza dell'intero sistema viene messa a repentaglio, dal comportamento di pochi maledettissimi ed ingordi pesci, che si credono furbi ma che in realtà stanno facendo male a loro stessi.
La globalizzazione è un fenomeno ineluttabile di portata storica e come tale ha determinato una rimodulazione del sistema economico capitalistico, il quale sta ancora cercando un nuovo punto di equilibrio mondiale. Tale equilibrio è venuto meno per tutta una serie di fattori, che vanno dall'instabilità politica di aree nevralgiche del Globo, all'introduzione di normative più stringenti per taluni paesi piuttosto che per altri, e ancora dalla delocalizzazione produttiva di numerose multinazionali, che hanno generato uno scompenso occupazionale nelle aree abbandonate, nonché dallo sviluppo a doppia cifra in pochissimi anni di economie emergenti e rilevanti a livello demografico come la Cina, l'India ed il Brasile.
Ma c'è un fattore che non viene quasi mai considerato, vale a dire il Gap Salariale, cioè la differenza retributiva tra un CEO e un impiegato. Negli anni cinquanta, in pieno boom economico, questa differenza era in media di 20:1, ciò significa che un Top Manager aveva una remunerazione pari a venti volte quella di un impiegato medio, tradotto in numeri significa che se un impiegato ha una retribuzione di 1500 Euro al mese, il Top Manager percepirà un compenso di Euro 30mila.
Siete senza parole? Bene, negli anni '80, quando l'economia andava ancora molto bene, questo Gap è passato a 40:1!!! Sorpresi? Il bello deve ancora venire: nel 2000 questo Gap si attestava mediamente intorno a 120:1, Oggi siamo arrivati ad una media di 204:1!!! Ci sono stati casi ancor più eclatanti, infatti nel 2011, nonostante risultati deludenti il Ceo di JCPenny Ron Johnson spuntò un compenso complessivo pari a 1795 volte lo stipendio medio dell'azienda stessa, e 18000 volte la retribuzione media di un lavoratore della grande distribuzione.
E' giusto che un Top Manager abbia delle retribuzioni così importanti, ma soprattutto centinaia di volte superiore a quella dei propri dipendenti? Peter Drunker, esperto di management scomparso nel 2005, già nel 1984 poneva questo problema, definendo tale Gap "Moralmente e socialmente imperdonabile" sostenendo anzi che un giusto Gap Salariale si sarebbe dovuto attestare a 20:1 o al max 25:1.
Probabilmente trentadue anni fa Druncker non immaginava di essere stato tanto profetico, ma la realtà dei fatti ci suggerisce che molte aziende e multinazionali prima di annunciare tagli indiscriminati di personale, che vanno ulteriormente a minare la stabilità del sistema economico, dovrebbero eticamente ripensare un sistema di redistribuzione del reddito al loro interno, perché se è vero che le politiche monetarie e fiscali devono avere un ruolo principale nella regolamentazione dei mercati, è altresì vero che gli attori stessi devono fare la propria parte cercando di recitare al meglio il ruolo che occupano all'interno del sistema. In fondo, se ci pensate, un attore quando è sul set dà sempre il massimo per far si che un film di cui è protagonista abbia successo, non si affidandosi esclusivamente al regista ed al produttore, perché sa che alla fine lo spettatore lo giudicherà...
Una etica redistribuzione del reddito all'interno di una realtà aziendale può rappresentare la linfa giusta per incrementare la produttività, l'efficienza e la soddisfazione dei lavoratori; il maggior beneficio economico si riverserà attraverso l'aumento dei consumi e tale effetto porterà nel lungo periodo una crescita del PIL e la ripresa dell'inflazione, attualmente ben lontana da quel 2% che rappresenta un benchmark di buono stato di salute dell'economia.

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