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martedì 15 novembre 2016

UN ILLUSIONE CHIAMATA AUSTERITA'

I sacrifici fatti dai contribuenti italiani negli ultimi anni sono stati totalmente inutili... siamo succubi del Patto d'(IN)Stabilità!!!



Quasi un ventennio fa ormai, il "professore" Romano Prodi, allora Presidente della Commissione Europea, affermò che "con l'Euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più"... 
I benefici sarebbero stati molteplici e l'integrazione del mercato unico, unito al certosino lavoro degli organi europei per uniformare le normative nazionali, faceva presagire un futuro roseo per il Vecchio Continente, che si era finalmente dotato di un sistema di regole di ferro da rispettare ed aveva tracciato una road-map per l'introduzione di li a pochi anni una moneta unica che potesse avere un ruolo di primissimo ordine nel panorama economico internazionale.
Il nostro Paese che usciva malconcio da tangentopoli, fece salti mortali per rispettare quei parametri che rappresentavano la conditio sine qua non per far parte dell'unione monetaria.
Purtroppo la storia ha frantumato tutte le nostre speranze, ed a distanza di quasi quindici anni dall'introduzione dell'Euro constatiamo mestamente che la disoccupazione così come la pressione fiscale sono a livelli record, la sicurezza ed i servizi ai cittadini sono sempre più scadenti, la costruzione di nuove infrastrutture stenta a decollare, la burocrazia è sempre più invasiva e cosa ancor più grave, decine di migliaia di imprese hanno chiuso o peggio ancora delocalizzato la produzione in paesi dove i vincoli normativi ed il costo della manodopera è decisamente più economico.
A questo triste scenario si aggiunge l'umiliazione subita dal nostro Paese nel 2011 quando l'Unione Europea ha ci ha imposto per il tramite di un governo tecnico una serie di misure di emergenza volte ad evitare un default che avrebbe rappresentato una catastrofe irreversibile per tutto il Vecchio Continente.
Era necessario tutto ciò? E' stato giusto mettere più volte le mani nelle tasche dei cittadini in nome di un'austerità che non ha sortito un solo effetto positivo?
PURTROPPO NO, E VI SPIEGO PERCHE'.
Il Patto di Stabilità prevede che il rapporto DEFICIT/PIL non deve superare la soglia del 3%, mentre il rapporto DEBITO/PIL non deve oltrepassare il muro del 120%, ma a fronte dei nostri sacrifici qual è l'evoluzione del nostro debito pubblico negli ultimi 20?
Ecco a voi qualche numero:


Come potete facilmente notare, il debito pubblico dal 1996 al 2011 è passato da 1.213.508 Milioni di € a 1.897.546, con un aumento del 56,37% in 14 anni, a fronte di un rapporto DEBITO/PIL invariato al 120%, questo significa che il sistema produttivo è cresciuto, ma lo Stato mangia di più.
A cinque anni dall'emergenza Spread, da quel governo tecnico di "unità" nazionale presieduto da un altro eminente professore di economia, il debito pubblico sfiora oggi i 2.400.000 Milioni di €, con un ulteriore aumento di oltre il 21% in soli cinque anni!
Dove vanno a finire i nostri soldi? 
In poco meno di vent'anni abbiamo subito balzi e balzelli che hanno intaccato il nostro reddito ed il nostro patrimonio, L'IVA che è un imposta diretta e pertanto grava maggiormente sui soggetti con redditi più bassi è passata dal 19% del 1996 al 22%; sono state introdotte numerose accise sui carburanti, è stata reintrodotta l'imposta sugli immobili di proprietà ed è stato innalzato il bollo sulle auto. Senza contare la patrimoniale applicata al risparmio, con la tassazione delle rendite finanziarie passata dal 12,50% al 26% e l'aumento dei bolli sui titoli.
Purtroppo potremmo andare avanti per ore elencando i vari balzelli che abbiamo subito negli ultimi anni, ed il risultato è che siamo sempre, perennemente in una situazione di emergenza pertanto il risultato è uno solo: L'AUSTERITA' NON SERVE, perché rappresenta un cappio al collo dei cittadini che sono costretti a subire passivamente l'operato di uno Stato che preleva e non gestisce.
Concludo questa mia breve disamina con una domanda all'Esecutivo: 
Presidente Renzi, Professor Monti, dal 2011 ad oggi il debito pubblico è aumentato di 400 Miliardi di €, ci spiegate una volta per tutte che fine hanno fatto i nostri sacrifici? 

di Lorenzo Rapino

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com




lunedì 7 novembre 2016

SE IL PESCE GRANDE MANGIA TROPPI PESCI PICCOLI...

Una catena alimentare è l'insieme dei rapporti tra gli organismi di un ecosistema; se tale catena si spezza, l'ecosistema va in crisi. 


Uno dei primi insegnamenti di cui facciamo tesoro nella scuola elementare, o primaria come va di moda chiamarla oggi, è il funzionamento della catena alimentare, spesso descritto con la locuzione "il pesce grande che mangia il pesce piccolo". Questo concetto così basilare, ed anche abbastanza intuitivo, può essere rappresentato anche come sistema piramidale, sistema che implica la riduzione dei consumatori via via successivi. Tornando per un attimo al classico esempio del pesce grande che mangia il pesce piccolo, significa che man mano che saliremo nella catena alimentare incontreremo pesci sempre più grandi, ma inferiori come numerosità della popolazione. 
Tale principio non può non essere applicato anche all'economia. che rappresenta un vero e proprio ecosistema dove gli individui sono gli attori e ahimè il cibo è rappresentato dal vil denaro.
Vi siete mai chiesti cosa succede se il pesce o pesci grandi mangiano tutti i pesci piccoli? La risposta è semplice: la catena si spezza e l'esistenza dell'intero sistema viene messa a repentaglio, dal comportamento di pochi maledettissimi ed ingordi pesci, che si credono furbi ma che in realtà stanno facendo male a loro stessi. 
La globalizzazione è un fenomeno ineluttabile di portata storica e come tale ha determinato una rimodulazione del sistema economico capitalistico, il quale sta ancora cercando un nuovo punto di equilibrio mondiale. Tale equilibrio è venuto meno per tutta una serie di fattori, che vanno dall'instabilità politica di aree nevralgiche del Globo, all'introduzione di normative più stringenti per taluni paesi piuttosto che per altri, e ancora dalla delocalizzazione produttiva di numerose multinazionali, che hanno generato uno scompenso occupazionale nelle aree abbandonate, nonché dallo sviluppo a doppia cifra in pochissimi anni di economie emergenti e rilevanti a livello demografico come la Cina, l'India ed il Brasile.
Ma c'è un fattore che non viene quasi mai considerato, vale a dire il Gap Salariale, cioè la differenza retributiva tra un CEO e un impiegato. Negli anni cinquanta, in pieno boom economico, questa differenza era in media di 20:1, ciò significa che un Top Manager aveva una remunerazione pari a venti volte quella di un impiegato medio, tradotto in numeri significa che se un impiegato ha una retribuzione di 1500 Euro al mese, il Top Manager percepirà un compenso di Euro 30mila. 
Siete senza parole? Bene, negli anni '80, quando l'economia andava ancora molto bene, questo Gap è passato a 40:1!!! Sorpresi? Il bello deve ancora venire: nel 2000 questo Gap si attestava mediamente intorno a 120:1, Oggi siamo arrivati ad una media di 204:1!!! Ci sono stati casi ancor più eclatanti, infatti nel 2011, nonostante risultati deludenti il Ceo di JCPenny Ron Johnson spuntò un compenso complessivo pari a 1795 volte lo stipendio medio dell'azienda stessa, e 18000 volte la retribuzione media di un lavoratore della grande distribuzione. 
E' giusto che un Top Manager abbia delle retribuzioni così importanti, ma soprattutto centinaia di volte superiore a quella dei propri dipendenti? Peter Drunker, esperto di management scomparso nel 2005, già nel 1984 poneva questo problema, definendo tale Gap "Moralmente e socialmente imperdonabile" sostenendo anzi che un giusto Gap Salariale si sarebbe dovuto attestare a 20:1 o al max 25:1.
Probabilmente trentadue anni fa Druncker non immaginava di essere stato tanto profetico, ma la realtà dei fatti ci suggerisce che molte aziende e multinazionali prima di annunciare tagli indiscriminati di personale, che vanno ulteriormente a minare la stabilità del sistema economico, dovrebbero eticamente ripensare un sistema di redistribuzione del reddito al loro interno, perché se è vero che le politiche monetarie e fiscali devono avere un ruolo principale nella regolamentazione dei mercati, è altresì vero che gli attori stessi devono fare la propria parte cercando di recitare al meglio il ruolo che occupano all'interno del sistema. In fondo, se ci pensate, un attore quando è sul set dà sempre il massimo per far si che un film di cui è protagonista abbia successo, non si affidandosi esclusivamente al regista ed al produttore, perché sa che alla fine lo spettatore lo giudicherà...
Una etica redistribuzione del reddito all'interno di una realtà aziendale può rappresentare la linfa giusta per incrementare la produttività, l'efficienza e la soddisfazione dei lavoratori; il maggior beneficio economico si riverserà attraverso l'aumento dei consumi e tale effetto porterà nel lungo periodo una crescita del PIL e la ripresa dell'inflazione, attualmente ben lontana da quel 2% che rappresenta un benchmark di buono stato di salute dell'economia.

di Lorenzo Rapino

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com

domenica 30 ottobre 2016

TUTTE LE STRADE PORTANO AL PIL

A cosa serve disegnare ponti ideali sulle nostre banconote, se poi il potere politico non fa nulla per unire i popoli?


Come tutti sapranno, sulle banconote europee sono disegnati dei ponti, a simboleggiare l'unione tra gli stati aderenti all'area Euro. Fin dall'antichità, i ponti e le strade hanno rappresentato qualcosa di molto più profondo rispetto alle loro caratteristiche fisiche. Ed ancora oggi, nonostante il progresso tecnologico, i collegamenti aerei e la globalizzazione, che ci mette sempre lo zampino e che ha ridotto notevolmente le distanze fin quasi ad annullarle in svariati ambiti della vita quotidiana, ponti e strade continuano a mantenere quel fascino ancestrale, di collegamento, di unione e di sviluppo economico e sociale.
Se ai tempi dell'Impero romano il detto era "Tutte le strade portano a Roma", ad indicare l'efficiente sistema viario della nostra Capitale, oggi potremmo riadattare tale proverbio in "Tutte le strade portano al PIL...". 
Già, perché al di la di tutto, le strade e i ponti hanno da sempre rappresentato oltre che un collegamento fisico tra due luoghi, o tra le sponde di un fiume, uno strumento di sviluppo economico che da una parte può essere ricondotto alla teoria Keynesiana del deficit spending, la quale auspica un intervento pubblico a supporto della domanda soprattutto nei periodi di crisi, dall'altra rappresentano la mamma di tutte le infrastrutture, che permettono ad un territorio di vivere e svilupparsi.
In un Mondo globalizzato, l'assenza o l'inefficienza dei collegamenti e delle infrastrutture possono determinare la desertificazione demografica di un territorio, e la sua morte sia economica che culturale.
Tanto per fare un paio di cenni storici, quando in Italia veniva inaugurato il primo tratto ferroviario, la Napoli - Portici (1839), a Londra già era in cantiere il progetto della metropolitana, che riscosse tanto successo nella popolazione dell'epoca e venne inaugurata nel 1863; sono passati quasi 160 anni da allora e la metropolitana di Londra è una delle linee più lunghe ed efficienti al Mondo, mentre nel nostro Paese abbiamo ancora tratti ferroviari regionali, non metropolitani, ad unico binario e stiamo ancora piangendo le vittime del disastro di Andria, tragico quanto annunciato per l'inadeguatezza della struttura stessa. Invece di fare inchieste che durano anni e non portano a nulla, perché almeno per una volta, i politici non fanno Mea Culpa?
Le infrastrutture in generale, ma ancor di più le vie di comunicazione, rappresentano opere di primaria necessità, sulle quali i governi non dovrebbero essere costretti a risparmiare, perché sono il principale tassello di collegamento tra il presente ed il futuro, vanno quindi realizzate con criterio, responsabilità sociale e lungimiranza ed è davvero triste e deprimente rilevare come il malaffare abbia messo sugli appalti per le grandi opere, perché costruire male o con materiali inadeguati ponti, strade, autostrade, ferrovie etc.. non è da irresponsabili, ma da assassini; e persone che vendono l'anima al diavolo per percorrere le scorciatoie del facile lucro non si rendono conto che così facendo potrebbero essere vittime stesse della propria avidità, o peggio ancora condannare a morte i propri cari.
L'inadeguatezza della nostra classe politica, va purtroppo a braccetto con la miopia dell'Unione Europea, che con tanto amore ci ha traghettato nel nuovo millennio! Non basta disegnare ponti sulle banconote per unire un continente che fino a cinquanta anni fa si faceva la guerra! Se davvero questi mediocri tecnocrati hanno intenzione di riscattare la propria esistenza, e contribuire all'integrazione dei popoli e dei territori, che si facciano artefici, e parte attiva della costruzione dei corridoi europei, che tanto furono sponsorizzati un quarto di secolo fa, e non ancora vedono la luce!
Questi ponti così belli, disegnati sulle banconote, sono rimasti purtroppo solo nell'immaginario collettivo, perché sebbene il Vecchio Continente stia attraversando la peggiore crisi economica della sua storia, i tecnocrati di Bruxelles hanno ribadito l'assoluta necessità di rispettare i parametri di Maastricht, che di fatto legano le mani ai governi nazionali, i quali non potendo spendere, ma anzi dovendo incrementare le entrate si sono trovati costretti ad aumentare la pressione fiscale, a parità di servizi e di infrastrutture.
Nell'ormai lontano 2003 l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, propose alla Commissione Europea presieduta da Romano Prodi, di scorporare dai bilanci statali il costo sostenuto per la costruzione delle infrastrutture, essendo queste ultime delle opere che avrebbero portato ad un incremento del PIL e quindi di ottenere una crescita economica, data sia dalla forza lavoro impiegata per la realizzazione, nonché dall'indotto che avrebbe potuto creare tale opera una volta terminata sul territorio dove era stata costruita. Prodi rispose, da par suo, che si trattava di una proposta da scellerati, e che il Patto di Stabilità era intoccabile ed insindacabile.
La storia, ha però dimostrato l'esatto contrario e da quel lontano 2003, dove già si parlava di crisi, dove il terrorismo internazionale aveva già seminato paura, e dove i primi euroscettici già attribuivano le colpe di quella stagnazione economica, che poi si è trasformata in recessione all'introduzione troppo "facile" della moneta unica senza aver prima predisposto una normativa economica e fiscale sufficientemente omogenea e quindi idonea ad affrontare eventuali shock di mercato.
Sono passati tredici anni, ed il Premier Renzi ha rilanciato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, un'opera faraonica di Berlusconiana memoria che tanto fece arrabbiare il centro sinistra all'ora all'opposizione. Un caso? Forse no, perché le infrastrutture ed i collegamenti rappresentano da sempre quell'anello di congiunzione tra la realtà ed il sogno, tra il voler fare ed il realizzare, tra il voler andare ed il raggiungere.
Un ponte, una strada, una ferrovia, non sono mai soldi buttati, perché hanno lo scopo di unire, perché vivono di vita propria, e perché sono il teatro di storie, a volte drammatiche a volte romantiche, ma pur sempre storie che raccontano la vita.

di Lorenzo Rapino

giovedì 27 ottobre 2016

LA PROPOSTA: UN'APE CHE PUNGA I VITALIZI...

Sette riforme pensionistiche dal 1992 ad oggi con un'unica costante: stabilizzare il sistema e risanare l'INPS!!!


Per me, come per molti altri della mia generazione la parola crisi ha ormai un'accezione così familiare, che se domani mattina alzandomi dovessi sentire al telegiornale che la crisi è finita, quasi quasi ci rimarrei male!
Penso che la crisi sia una parola inventata dai politici per giustificare interventi economici e legislativi con l'unico e meschino scopo di limitare le libertà civili ed economiche dei cittadini, a tutto vantaggio della casta, mai sazia e sempre bisognosa di sostegno pubblico.
Deve essere necessariamente così, altrimenti come si fanno a spiegare, magari ad un ragazzo che oggi fatica a trovare lavoro e realizzare i propri sogni nel proprio meraviglioso Paese, che da circa un quarto di secolo i governi che si sono succeduti hanno modificato per ben sette volte il sistema pensionistico, con la solita scusa dell'insostenibilità del sistema, ottenendo come risultato un clamoroso buco nell'acqua?
Se per motivi di carattere demografico il sistema retributivo non era più sostenibile, determinando così il passaggio al sistema contributivo per il quale la prestazione pensionistica è parametrata sulla base dei contributi effettivamente versati nell'arco della vita lavorativa, e non tenendo in considerazione la media dei redditi degli ultimi anni lavorativi, la riforma Fornero prima e la mirabolante invenzione dell'APE approvata proprio ieri dal Governo Renzi ci danno l'idea di quanto i nostri governanti subiscano un grave timore reverenziale nei confronti di UE, BCE e FMI, dimenticando che in teoria la "Sovranità appartiene al Popolo [...]".
Ma poi, i nostri governanti, in questi 25 anni di riforme hanno ottenuto dei risultati? Il sistema pensionistico italiano funziona? Il debito pubblico si è ridotto grazie a queste riforme? L'INPS è finlamente un ente Efficiente ed economicamente solido? Assolumente NO.
Se in un ottica di lunghissimo periodo, e di analisi demografica, l'innalzamento del'età pensionabile è un fenomeno quasi ineluttabile, risultano inaccettabili quei provvedimenti attraverso i quali vengono cambiate le regole del gioco a coloro che sono al termine della loro carriera lavorativa, e non hanno quindi per ovvi motivi legati allo scorrere del tempo, la possibilità di recuperare gli effetti negativi che un provvedimento di tale portata può generare. Già, perché gli effetti sperati riguardano soprattutto la riduzione del debito ed il riequilibrio delle casse previdenziali, ma il rischo più concreto è di mettere a repentaglio la tenuta del tessuto sociale di un Paese, dove i giovani non trovano lavoro ed i genitori e nonni di questi giovani non hanno più mezzi per aiutarli ad affrontare la vita, quantomeno nella fase iniziale. A voi le ulteriori considerazioni.
Ma non finisce qui, perché dopo aver allungato a dismisura ed in un sol colpo gli anni di contribuzione necessari per ottenere indietro sotto forma di prestazione pensionistica parte di quanto versato in quaranta e più anni di logorante attività lavorativa, i nostri governanti si sono riscoperti Robin Hood nell'animo, e ci hanno concesso nientemeno che l'APE ovvero l'Anticipo Pensionistico.
L'APE è uno spot pubblicitario, di carattere elettorale, che permetterà a molti lavoratori dilaniati dalla riforma Fornero (andrebbe scritta con la lettera minuscola...) di arrivare alla tanto agognata pensione anticipando i tempi della precedente riforma, ma pagando!!! Si Signori, lo Stato vi concede il lusso di andare in pensione subito se accettate di decurtarvi la pensione! Dovete pagare per smettere di lavorare... Ma non finisce qui, perchè per finanziare questo giochino dovrete indebitarvi per 30 anni e pagare un tasso del 4,5% che poi vi verrà restituito sotto forma di sgravi fiscali. Tutto qui? Nient'affatto, perché trattandosi di un prestito, erogato da un'Istituto di credito per il tramite dell'INPS, dovrete anche coprirvi dal rischio di premorienza con una polizza TCM, non proprio economicissima per chi ha superato i 60 anni.
Penso sinceramente che questo sia il peggior provvedimento adottato da un Governo dal dopoguerra ad oggi, peggio anche del prelievo forzoso sui conti correnti approvato dal venerdì al lunedì, quindi a banche chiuse, dal Governo Amato nel 1992, sempre con la scusa della crisi!
Allora, sempre con la scusa della crisi, voglio fare una proposta per utilizzare al meglio questa APE prima che ci punga: dato che i nostri politici dopo appena due anni sei mesi e un giorno in Parlamento maturano il diritto alla rendita vitalizia, propongo di applicare l'APE ai vitalizi dei politici, ovvero decurtare la prestazione vitalizia del parlamentare, sottraendo dagli anni di contribuzione necessari a raggiungere l'età pensionabile, gli anni di effettivo mandato parlamentare, vincolando l'erogazione della stessa alle presenze effettive del parlamentare. il quale maturerà il diritto se e solo se le sue presenze in aula saranno state non inferiori al 75% delle sedute.
Cercando di semplificare, se gli anni di contribuzione necessari per poter andare in pensione sono 40, ma nel corso della mia vita sono stato eletto per una sola legislatura e sono rimasto in carica per 5 anni, abbandonando poi la scena politica, per poter accedere al vitalizio dovrò pagare un contributo pari a 35 anni di anticipo, al momento dell'erogazione e solo se nel corso della legislatura nella quale ero in carica avevo una percentuale di presenze maggiore del 75%.
La mia è ovviamente una provocazione, perché 35 anni di anticipo significano di fatto azzerare i vitalizi, ed in tal caso riportare sulla Terra chi oggi ci governa senza rendersi minimamente conto della realtà.

di Lorenzo Rapino

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com 


sabato 10 settembre 2016

TRA LE TENEBRE DI MAFIA CAPITALE... SPUNTANO RAGGI DI SOLE...

La maturità di una democrazia è racchiusa nell'accettazione della sconfitta, nell'augurare buon lavoro ai vincitori e nel portare avanti proposte alternative a chi sta governando.



Il 19 giugno 2016 i romani hanno scelto. Hanno scelto di cambiare, di voltare pagina, di dare un'opportunità a chi non l'aveva avuta prima. Tutto questo si chiama alternanza, e rappresenta forse la più alta espressione di democrazia: il popolo attraverso le elezioni destituisce chi ha mal governato, affidandosi a chi fino al giorno prima affermava di poter governare e soprattutto di poterlo fare meglio e nel pieno interesse della collettività.
Purtroppo, nel nostro amato Paese, manca un elemento fondamentale: l'accettazione della sconfitta che si sostanzia nell'augurare buon lavoro ai vincitori, rimboccandosi le maniche per imparare dai propri errori e tornare legittimamente alla vittoria alla successiva tornata elettorale.
Virginia Raggi ha vinto legittimamente le elezioni, perché probabilmente sono stati gli avversari politici a perderle clamorosamente... 
La Capitale è in costante declino e tutte le amministrazioni che si sono susseguite non hanno mai adottato un piano politico per risolvere i problemi che affliggono la città: mobilità, sporcizia, infrastrutture, sicurezza... tutti settori lasciati al caso, all'improvvisazione ed alla risoluzione alla meno peggio di problemi contingenti. Il tutto contornato dal più classico del malaffare politico, un vaso di Pandora chiamato MAFIA CAPITALE, un intreccio di "favori" all'interno del Campidoglio che una volta scoperchiato ha mostrato tutto il marcio della politica capitolina, un marcio trasversale che per molti troppe persone era meglio non venisse a galla.
Il day after il ballottaggio che ha visto trionfare Virginia Raggi, il problema dei perdenti non è stato purtroppo quello di capire i motivi della sconfitta, quelli i volponi li sapevano già, ma trovare un modo per screditare chi democraticamente aveva conquistato il diritto a governare.
Non sono un esponente del M5S, penso che per governare non servano bandiere, ma buonsenso ed in Italia ce n'è tanto bisogno, perchè in queste ultime settimane abbiamo assistito ad un attacco mediatico nei confronti del Neo Sindaco di Roma da far rabbrividire, trasmissioni di approfondimento e Tg che danno più spazio alle nomine di un primo cittadino piuttosto che parlare del dramma di migliaia di sfollati vittime del sisma, esponenti del PD che si preoccupano di fare processi preventivi in presenza di un avviso di garanzia, quando negli anni sono stati i maggiori sponsor del garantismo!!!
Per carità, chi ha sbagliato paghi ed anche in maniera pesante, su questo è giusto che sia così, ma prima di fare il processo alle intenzioni si vada a fondo del marciume di MAFIA CAPITALE, e si dia la possibilità di governare a chi democraticamente ha ottenuto il consenso dei cittadini.
Sparlare di un Sindaco che è in carica da meno di sei mesi è da persone mediocri, meschine e senza un briciolo di dignità perché consapevoli che fino a pochi mesi prima quelle poltrone venivano indegnamente utilizzate per tornaconto personale o per agevolare quelli che io definisco i furbetti del quartiere: una piovra che si impossessava di appalti pubblici, spendendo male le già poche risorse disponibili senza restituire alla popolazione il benché minimo beneficio in termini di servizi.
Ora più che mai Virginia Raggi non deve mollare, perché lasciare ora significherebbe far ripiombare la capitale nel caos e disorientare le migliaia di cittadini che con un colpo di reni hanno deciso di voltare pagina.

di Lorenzo Rapino

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016

 LA VERITA’ CHE MOLTI VORREBBERO NASCONDERE



Con un po’ di anticipo oggi ci occupiamo della questione legata al Referendum Costituzionale sul quale saremo chiamati ad esprimerci tra fine novembre ed inizio dicembre: ho intenzione di dividere il mio articolo in due parti, la prima, oggettiva, richiamerà le principali novità contenute nel DDL Boschi-Renzi in maniera del tutto terza ed oggettiva in modo tale che ognuno di voi possa formarsi una idea su come e se votare, nella seconda parte darò quella che è la mia idea relativamente al possibile cambiamento in quanto credo che tutti debbano essere in grado di esprimere la propria opinione esigendo rispetto, tenendo presente che si parla di cose non troppo lontane da noi e che incideranno sulla vita politica del nostro Paese nei prossimi anni.
Innanzitutto la doverosa premessa prevede il chiarimento del perché siamo chiamati alle urne: il Ministro Boschi in rappresentanza del Governo Renzi ha presentato alle Camere un Disegno di Legge per la modifica di alcuni punti della nostra Costituzione di cui discuteremo in seguito; al termine di tutto l’iter interminabile di approvazione previsto dal nostro ordinamento lo stesso DDL, ovviamente più volte modificato rispetto alla struttura originaria, se avesse ricevuto la maggioranza qualificata dei due terzi di entrambi i rami del Parlamento sarebbe stata immediatamente promulgata, invece avendo ricevuto solo una maggioranza assoluta può essere presentata richiesta di referendum confermativo da un quinto dei membri di una Camera, da cinquecentomila elettori o da cinque Consigli Regionali entro tre mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale come in effetti poi è avvenuto. Importante specifica riguarda l’assenza del quorum per tale tipo di consultazione, il risultato sarà valido a prescindere dal numero di partecipanti al voto.
Dopo aver chiarito il motivo per cui saremo chiamati alle urne in una data non ancora fissata ma che sarà sicuramente tra fine novembre ed inizio dicembre andiamo a definire quali sono i punti principali della Riforma Boschi:
1 – ADDIO AL BICAMERALISMO PERFETTO
I due rami del Parlamento così come oggi definiti cambieranno la propria conformazione e funzione: la Camera dei Deputati rimarrà a suffragio universale diretto ed avrà, in esclusiva, la funzione di indirizzo politico, di approvazione delle leggi e esprimerà la fiducia nei confronti del Governo. Il Senato viene svuotato degli attuali poteri e riconvertito a nuova funzione come vedremo nel successivo punto, l’obiettivo dichiarato è quello di sveltire l’iter di approvazione delle Leggi che ad oggi oggettivamente è fuori da ogni tipo di logica conservativa. In conclusione di questo punto bisogna specificare che attualmente l’Italia è l’unico Paese europeo ad avere un bicameralismo paritario.
2 – IL NUOVO SENATO
Il nuovo Senato sarà composto da 95 membri contro i 315 attuali, non ci sarà più il suffragio universale diretto ma esso sarà composto da 21 sindaci (uno per Regione tranne il Trentino che ne nominerà due) e 74 Consiglieri Regionali nominati dai Consigli stessi, dunque la composizione sarà espressione indiretta della volontà dei cittadini, cosa importante i componenti del nuovo Senato non avranno diritto ad alcuna indennità se non a quella che già percepiscono come Sindaci o Consiglieri Regionali; sarà evidentemente espressione degli Enti Territoriali e potrà esprimere pareri prima dell’approvazione delle Leggi che, come visto sopra, rimarrà esclusiva responsabilità della Camera dei Deputati; appare piuttosto evidente il cospicuo risparmio in termini economici derivante dall’applicazione di questo punto.
3- ELEZIONE DEL CAPO DELLO STATO
Alla luce della nuova composizione del Senato saranno esclusi dalla votazione per il nuovo Presidente della Repubblica i Consiglieri Regionali nominati ad hoc essendo essi già presenti nel nuovo Senato che, insieme alla Camera, avrà l’esclusiva sull’elezione del nuovo Capo dello Stato: rispetto ad oggi quando dal quarto scrutinio in poi è prevista l’elezione per maggioranza assoluta nella riforma si è voluta mantenere una maggioranza qualificata fino al settimo scrutinio per poter meglio garantire l’importanza di tale figura, non entrerò troppo nel merito dei quorum per non complicare la faccenda con troppi tecnicismi
4 – IL NUOVO ITER DI APPROVAZIONE DELLE LEGGI
Come detto precedentemente  la Camera dei Deputati rimarrà l’unico ramo del Parlamento con l’esclusività della funzione legislativa con alcune eccezioni però: il Senato manterrà la funzione legislativa per le Leggi Costituzionali e di Revisione Costituzionale, sui rapporti tra Stato, Unione Europea ed Enti Territoriali e sulla tutela delle minoranze; il Senato potrà chiedere modifiche ad una legge che però potranno essere rifiutate dalla Camera con maggioranza semplice
5 – COMPETENZE STATO – REGIONI, SI TORNA INDIETRO
Ambiente, gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione di energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni, beni culturali e turismo: tutte queste materie torneranno di competenza esclusiva dello Stato Centrale dopo che qualche anno fa furono trasferite alle Regioni senza gli attesi e per certi versi sperati risultati soddisfacenti.
6 – NUOVA PROCEDURA DI VOTO A DATA CERTA
Il Governo può chiedere alla Camera su alcuni Disegni di Legge una corsia preferenziale chiedendone la definitiva approvazione in 70 giorni (ad oggi più che una utopia…!), tale iter non potrà essere richiesto per la materia elettorale, la ratifica di trattati, l’amnistia, l’indulto e le leggi di bilancio oltre che per le leggi di competenza del Senato, la Camera avrà 5 giorni di tempo per esprimersi in merito alla richiesta del Governo
7 – NOVITA’ SU REFERENDUM ABROGATIVO E LEGGI DI INIZIATIVA POPOLARE
Il quorum del 50% più uno degli aventi diritto per rendere valido un referendum abrogativo (muro storicamente quasi invalicabile) tendenzialmente rimane anche se viene introdotta la novità che, se la proposta viene presentata da almeno 800mila elettori (sui 500mila minimi previsti) il quorum si abbassa notevolmente e diventa il 50% più uno dei votanti alle ultime elezioni.
Per le leggi di iniziativa popolare le firme di presentazione passano da 50mila a 150mila con una differenza sostanziale però: in questo caso la Camera avrà l’obbligo di discuterle e votarle
8 – NOMINA GIUDICI CORTE COSTITUZIONALE
I 5 giudici di nomina parlamentare non saranno più eletti in seduta comune di entrambi i rami del Parlamento ma separatamente: 3 dalla Camera e 2 dal Senato
9 – ADDIO A PROVINCIE E CNEL
La riforma suggella la fine definitiva delle Provincie definendo la Repubblica composta da Comuni, Città Metropolitane, Regioni e Stato mettendo definitivamente fine all’ibrido tuttora in vigore che non ha fondamenti di logica.
Viene altresì soppresso il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro composto da 63 membri che attualmente svolge funzione consultiva e propositiva in materia di leggi che riguardano economia e lavoro.
Anche in questo caso appare del tutto evidente il risparmio in termini di risorse.
10 – EVENTUALE ENTRATA IN VIGORE
In ultimo bisogna specificare che la Legge prevede l’entrata in vigore della Riforma Costituzionale con la Legislatura successiva a quella vigente al momento del Referendum.

Ho cercato di schematizzare per quanto possibile e di semplificare i principali punti di novità previsti dalla Riforma Costituzionale, come promesso in conclusione di articolo cercherò di dare la mia opinione invitando ciascuno di voi a formarsi la propria:
la prima cosa che mi salta all’occhio è la logica del compromesso che viene fuori da qualunque provvedimento e che deriva da una logica immonda di attraversamento legislativo che dire farraginoso è davvero poco: il provvedimento originario prevedeva cose molto più “estreme” rispetto a quelle uscite fuori da tale lunghissimo iter. Nonostante ciò io sono assolutamente a favore delle Ragioni del SI’ e il motivo è presto detto: la Carta Costituzionale è costituita da regole fondamentali che rimane giusto non toccare ma tutto il resto non può rimanere immutato per sempre perché il mondo cambia e, grazie a Dio, cerca di evolversi: è indubbio che siamo un Paese fermo soprattutto rispetto ad altri che invece riescono a camminare più veloce di noi grazie ad una struttura governativa e legislativa migliore e più efficiente della nostra, ebbene questa riforma non è certamente la panacea di tutti i nostri mali ma sicuramente può essere il primo passo per progredire verso una logica diversa e migliore in termini di costi della politica e velocità di approvazione dei provvedimenti legislativi.
Chiudo sottolineando che francamente mi viene abbastanza da sorridere quando sento personaggi come Berlusconi o D’Alema (sì non sto scherzando…) dire che bisogna votare no dopo che loro per anni hanno provato a fare più o meno le stesse modifiche che oggi rifiutano senza riuscirci, e allora invito tutti ad uscire fuori dalla demagogia, dalle logiche del passato e dagli schieramenti: questa non è la Legge del Governo Renzi né quello della Boschi ma è una Legge che serve al nostro Paese per riuscire a competere nel mondo globale nei prossimi anni o quantomeno a provarci perché come siamo messi ora non andiamo da nessuna parte.

di Alessandro Tucci

SIAMO CITTADINI O SUDDITI DELLE MULTINAZIONALI? #3

In un Mondo Globalizzato i veri nemici sono i nostri egoistici comportamenti che ci portano a trascurare il bene comune, ignorando che i nostri stessi comportamenti ci danneggeranno, colpendoci come un boomerang...



La domanda contenuta nel titolo non trova ancora una risposta!
Siamo cittadini? Chissà... La definizione di cittadino trae origine dalle antiche città stato ed in particolare nell'impero romano: chi era cittadino di Roma era tutelato e si considerava protetto ed intoccabile in ogni luogo dell'impero ed anche nelle città straniere...
Siamo sudditi delle multinazionali? La parola suddito, nell'uso corrente, indica chi è subordinato a uno stato organizzato in monarchia assoluta...
La difficoltà nel rispondere a siffatta domanda risiede essenzialmente nel caos che regna in questo Mondo globalizzato, dove tutti sanno tutto di tutti, ma dove ogni fonte di informazione deve essere sistematicamente verificata e dove gli stati cedono la loro sovranità a favore di entità sovranazionali, raggirando meschinamente quell'istituto nato nell'antica Grecia e chiamato Voto.
Viviamo in un Mondo dove essere cittadini rappresenta uno status che spesso non garantisce privilegi e protezione, ma piuttosto obblighi e doveri derivanti da sistemi giuridici invasivi: LIBERTA' dovrebbe essere il Mantra del nostro tempo, ed invece di libero ci resta tutto ciò che non è vietato e badate bene, non è la stessa cosa!
Di contro possiamo tranquillamente affermare che i sudditi delle Multinazionali hanno forse acquisito uno status superiore, quasi di cittadini nel senso letterale della parola, vivendo una quotidianità fatta si di regole ed obblighi, ma anche di collaborazione, di obiettivi comuni da condividere, di una costante pressione positiva per raggiungere un bene comune, una mission, di un orgoglio, un attaccamento alla causa che li rende fieri della comunità di cui fanno parte, salvo poi tornare mestamente sul pianeta dei cittadini una volta terminata la loro missione giornaliera.
La vera differenza del nostro tempo risiede proprio in questo, se davvero vogliamo che il nostro tempo venga ricordato dai libri di storia come il secolo della consapevolezza, della crescita, del vero progresso e della modernità, i governanti devono tornare a considerare i cittadini in quanto tali, ed a tutelarli davvero nel quadro di un generale disegno di crescita economica e culturale, applicando e adattando per quanto possibile ed opportuno quelle dinamiche aziendali che provocano nel cittadino la convinzione e la voglia di potere e dover dare di più per il bene proprio, della propria famiglia e dell'intera comunità.











lunedì 5 settembre 2016

L'EQUAZIONE DELLA DISFATTA: BUSINESS-ETICA=FURTO+OMICIDIO



Lo sgomento, il terrore, la tristezza per i danni provocati dal sisma rimbombano ancora nei nostri cuori e ci riportano alla mente il tragico epilogo di analoghi episodi dove a perdere sono sempre i cittadini. E purtroppo non parliamo di soldi o di meri beni materiali, ma di affetti, di nostri cari sepolti da un cumulo di macerie all’improvviso e di quella sensazione di impotenza che un terremoto ti lascia dentro.
Sette anni dopo l’Aquila, quattordici dopo San Giuliano di Puglia, il ritornello è sempre lo stesso. Constatiamo con amarezza che nulla è cambiato: a crollare sono sempre le scuole o la casa dello studente, luoghi dove si dovrebbe coltivare il futuro di una nazione intera e non seminare panico e morte. I furbetti del quartiere pensano a fare affari, ma non si rendono conto di essere assassini oltre che ladri! Il Business, quello vero, non è fatto di queste cose, bensì di missioni e ideali da raggiungere. I media fanno passare il terminelucro per parolaccia, alimentando un sentimento di odio nella società tra chi si mette in gioco nel fare impresa e chi con la propria forza lavoro, la propria dignità sceglie di portare a casa la pagnotta facendo gli interessi di chi il lavoro lo crea. Questa guerra non genera mai vincitori, ma solo vinti, creando un atavico sentimento di diffidenza tra datore di lavoro e lavoratore. Il Business, il fare impresa, non è questo! Ecco perché le imprese fuggono dal nostro Paese, perché alla fine vanno avanti i furbetti, quelli che sono convinti di fregare il prossimo, ma, invece, fregano solo loro stessi.
La scuola di Amatrice è, purtroppo, un film già visto, dove a crollare è stato un edificio ristrutturato solo quattro anni fa che avrebbe dovuto rispettare tutte le norme antisismiche; solo il caso ha voluto che il sisma si verificasse nel mese di agosto, altrimenti avremmo assistito ad un’altra strage!
Il Business può e deve essere etico, altrimenti si trasforma in furto ed omicidio. Il business è fissare una mission da raggiungere, un obiettivo di crescita sì economica, ma anche sociale, di crescita e di benessere anche e soprattutto per i dipendenti che devono condividere l’obiettivo finale ed esserne gli artefici. In Italia, la lotta di classe ha da sempre generato malessere e voglia di rivalsa a tutto vantaggio, però, delle lobby. Da par suo una mediocre classe imprenditoriale, salvo alcuni casi di eccellenza, ha utilizzato lo Stato e le proprie creature come bancomat da spolpare, lasciando spesso per strada plotoni di famiglie disperate. E’ questa una guerra senza vincitori e la cosa più triste è che lo Stato si rende complice di queste distorsioni del sistema!
Sentire Mark Zuckerberg, JPMorgan ed altri giganti dell’economia globale che faranno delle donazioni alle popolazioni colpite dal sisma, mi fa davvero tanta rabbia, perché al tavolo dei grandi ci siamo anche noi quando si discute del futuro del Pianeta, ma siamo i primi a non occuparci del futuro del nostro Paese, con il risultato che occupiamo un posto da comprimari, mai da protagonisti, perché i furbetti del quartiere pensano che sia furbo accaparrarsi appalti pubblici costruendo scuole con la sabbia. Siete dei perdenti, degli assassini, vergognatevi e pensate solo per un attimo, se in quella scuola si fosse trovato vostro figlio: il sindaco di Sangiuliano di Puglia lo sa…
di Lorenzo Rapino
Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com

venerdì 19 agosto 2016

CONTRO UNO STATO LADRO NON C'E RISPARMIO CHE TENGA


L’ombra del fisco tocca purtroppo ogni ambito della nostra vita, compreso il risparmio, che rappresenta la parte di reddito (già tassata…) non consumata e finalizzata a progetti futuri od a far fronte agli imprevisti della vita. L’obiettivo principale di ogni risparmiatore è quindi quello di preservare questa parte del patrimonio dalla perdita del potere d’acquisto derivante da effetti inflativi e, possibilmente, di accrescerne il valore attraverso investimenti di natura finanziaria.
Fino al 2011 la tassazione sul risparmio era molto semplice e lineare: il capital gain (guadagno) era tassato al 12,50% per tutti gli strumenti; inoltre sul risparmio amministrato, quello cioè che viene depositato su un dossier titoli, veniva applicata un’imposta di bollo pari a €34,20 annui. Purtroppo non tutte le operazioni finanziarie si concludono con un guadagno, pertanto può capitare che un risparmiatore compri il titolo X a 10 € e decida di rivenderlo a 9 €: in questo caso, lo Stato non ci ridarà indietro il 12,50% su 1 € di perdita, ma creerà un credito d’imposta, chiamato minusvalenza, che potremo compensare con futuri guadagni entro i successivi 4 anni.
Il governo più illegittimo della nostra storia, quello guidato dall’economista Monti, ha pensato bene di riformare questo meccanismo, gravando ovviamente sulle tasche degli italiani, intaccando pesantemente i risparmi dei già tartassati contribuenti. Il risparmio finanziario possiamo dividerlo in due grandi famiglie: il risparmio gestito ed il risparmio amministrato. Fanno parte del risparmio gestito i fondi comuni d’investimento, le Sicav, gli Hedge Funds, le Gestioni Patrimoniali e le polizze di risparmio (tradizionali, index linked e unit linked).
Su queste forme di risparmio, fino alla riforma del governo Monti, veniva applicata l’aliquota del 12,50% e non era necessario possedere un dossier titoli: pertanto, tali strumenti non erano soggetti ad imposta di bollo. Il risparmio amministrato è invece rappresentato da azioni, obbligazioni (lineari, subordinate e strutturate), certificate e derivati; tutti quegli strumenti che vengono iscritti in un deposito titoli, e quindi soggetti ad imposta di bollo, che ricordiamo era fissa fino al 2011 e pari ad € 34,20 annui.
Ed ora veniamo al dunque: il nostro caro governo ha portato la tassazione sui Capital Gain dapprima al 20% e poi, per mano dell’attuale premier, al 26%. Tale manovra potrebbe anche essere accettata, visto che negli USA tale imposta è al 30%, ma mal si concilia con la pressione fiscale, perché dobbiamo sempre tener presente che il risparmio rappresenta la quota di reddito non spesa, e come tale già tassata… La seconda nota dolente viene dall’imposta di bollo, che prima poteva anche avere un senso perché legata all’intestazione di un rapporto titoli, e sulla quale oggi viene applicata invece un’aliquota dello 0,20% annuale sul controvalore dei titoli presenti nel dossier: se ho 10mila euro di titoli pagherò 20€, mentre se ho 50mila euro pagherò 100€ all’anno.
Per dovere di cronaca dobbiamo informarvi che l’imposta di bollo sui titoli, così come sul passaporto, è un’invenzione tutta italiana: e ci vogliono far credere che la tassa patrimoniale non esiste! Ma lo Stato non si accontenta mai, e così cerca di fagocitare tutto quello che trova nelle tasche degli onesti cittadini. Quindi, dal 2011, l’imposta di bollo viene applicata anche sui fondi comuni d’investimento e sulle polizze fino ad allora esenti! Ed è proprio qui che avviene il furto più grande: se il risparmio gestito viene collegato ad un dossier titoli, ed assoggettato ad imposta di bollo, mi sembra evidente che cada quel muro normativo che lo divideva dal risparmio amministrato, facendo ormai entrambi parte di un’unica grande famiglia, quella del risparmio finanziario.
Ma il professor Monti, nel nuovo impianto normativo, ha scientemente escluso la possibilità di compensare minusvalenze derivanti da perdite finanziarie sull’amministrato con guadagni ottenuti sul gestito! Mi rendo conto che detta così potrebbe non essere facilmente comprensibile, quindi faccio un esempio numerico semplicissimo.
Se ho acquistato 1000 azioni del titolo X a 10 € ho investito 10mila euro, e se quello stesso titolo è sceso a 5€ i miei 10mila euro saranno diventati 5000! Avrò avuto pertanto una perdita del 50% del capitale, e contemporaneamente una minusvalenza di 5000€ da poter compensare con guadagni finanziari nei successivi 4 anni. Benissimo, però avendo perso il mio capitale con un titolo azionario preferisco affidarmi ad un operatore professionale e su consiglio della mia banca acquisto dei fondi comuni d’investimento. Questi fondi vanno benissimo e dopo 2 anni, avendo guadagnato 1000€ sui 5000 che avevo reinvestito, decido di riscattarli.
Sapete cosa succede ora? Su quei 1000€ di guadagno, 260 devo darli allo Stato come imposta sui Capital Gain, perché il buon Monti ha previsto che un guadagno sul gestito non possa essere compensato con una minusvalenza sull’amministrato, e questo nonostante il suo stesso governo abbia equiparato le due famiglie di investimenti, assoggettandole entrambe alla stessa imposta di bollo. È davvero triste dover constatare come lo Stato chieda continui sacrifici ai cittadini, trovando sotterfugi normativi che rendono il piccolo risparmiatore impotente: ovviamente, con questo tipo di impianto, i grandi capitali scappano all’estero, sfuggendo alla mano sempre più oppressiva di uno Stato inefficiente e prepotente con i deboli.
di Rapino Lorenzo

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com