L’ombra del fisco tocca purtroppo ogni ambito della nostra vita, compreso il risparmio, che rappresenta la parte di reddito (già tassata…) non consumata e finalizzata a progetti futuri od a far fronte agli imprevisti della vita. L’obiettivo principale di ogni risparmiatore è quindi quello di preservare questa parte del patrimonio dalla perdita del potere d’acquisto derivante da effetti inflativi e, possibilmente, di accrescerne il valore attraverso investimenti di natura finanziaria.
Fino al 2011 la tassazione sul risparmio era molto semplice e lineare: il capital gain (guadagno) era tassato al 12,50% per tutti gli strumenti; inoltre sul risparmio amministrato, quello cioè che viene depositato su un dossier titoli, veniva applicata un’imposta di bollo pari a €34,20 annui. Purtroppo non tutte le operazioni finanziarie si concludono con un guadagno, pertanto può capitare che un risparmiatore compri il titolo X a 10 € e decida di rivenderlo a 9 €: in questo caso, lo Stato non ci ridarà indietro il 12,50% su 1 € di perdita, ma creerà un credito d’imposta, chiamato minusvalenza, che potremo compensare con futuri guadagni entro i successivi 4 anni.
Il governo più illegittimo della nostra storia, quello guidato dall’economista Monti, ha pensato bene di riformare questo meccanismo, gravando ovviamente sulle tasche degli italiani, intaccando pesantemente i risparmi dei già tartassati contribuenti. Il risparmio finanziario possiamo dividerlo in due grandi famiglie: il risparmio gestito ed il risparmio amministrato. Fanno parte del risparmio gestito i fondi comuni d’investimento, le Sicav, gli Hedge Funds, le Gestioni Patrimoniali e le polizze di risparmio (tradizionali, index linked e unit linked).
Su queste forme di risparmio, fino alla riforma del governo Monti, veniva applicata l’aliquota del 12,50% e non era necessario possedere un dossier titoli: pertanto, tali strumenti non erano soggetti ad imposta di bollo. Il risparmio amministrato è invece rappresentato da azioni, obbligazioni (lineari, subordinate e strutturate), certificate e derivati; tutti quegli strumenti che vengono iscritti in un deposito titoli, e quindi soggetti ad imposta di bollo, che ricordiamo era fissa fino al 2011 e pari ad € 34,20 annui.
Ed ora veniamo al dunque: il nostro caro governo ha portato la tassazione sui Capital Gain dapprima al 20% e poi, per mano dell’attuale premier, al 26%. Tale manovra potrebbe anche essere accettata, visto che negli USA tale imposta è al 30%, ma mal si concilia con la pressione fiscale, perché dobbiamo sempre tener presente che il risparmio rappresenta la quota di reddito non spesa, e come tale già tassata… La seconda nota dolente viene dall’imposta di bollo, che prima poteva anche avere un senso perché legata all’intestazione di un rapporto titoli, e sulla quale oggi viene applicata invece un’aliquota dello 0,20% annuale sul controvalore dei titoli presenti nel dossier: se ho 10mila euro di titoli pagherò 20€, mentre se ho 50mila euro pagherò 100€ all’anno.
Per dovere di cronaca dobbiamo informarvi che l’imposta di bollo sui titoli, così come sul passaporto, è un’invenzione tutta italiana: e ci vogliono far credere che la tassa patrimoniale non esiste! Ma lo Stato non si accontenta mai, e così cerca di fagocitare tutto quello che trova nelle tasche degli onesti cittadini. Quindi, dal 2011, l’imposta di bollo viene applicata anche sui fondi comuni d’investimento e sulle polizze fino ad allora esenti! Ed è proprio qui che avviene il furto più grande: se il risparmio gestito viene collegato ad un dossier titoli, ed assoggettato ad imposta di bollo, mi sembra evidente che cada quel muro normativo che lo divideva dal risparmio amministrato, facendo ormai entrambi parte di un’unica grande famiglia, quella del risparmio finanziario.
Ma il professor Monti, nel nuovo impianto normativo, ha scientemente escluso la possibilità di compensare minusvalenze derivanti da perdite finanziarie sull’amministrato con guadagni ottenuti sul gestito! Mi rendo conto che detta così potrebbe non essere facilmente comprensibile, quindi faccio un esempio numerico semplicissimo.
Se ho acquistato 1000 azioni del titolo X a 10 € ho investito 10mila euro, e se quello stesso titolo è sceso a 5€ i miei 10mila euro saranno diventati 5000! Avrò avuto pertanto una perdita del 50% del capitale, e contemporaneamente una minusvalenza di 5000€ da poter compensare con guadagni finanziari nei successivi 4 anni. Benissimo, però avendo perso il mio capitale con un titolo azionario preferisco affidarmi ad un operatore professionale e su consiglio della mia banca acquisto dei fondi comuni d’investimento. Questi fondi vanno benissimo e dopo 2 anni, avendo guadagnato 1000€ sui 5000 che avevo reinvestito, decido di riscattarli.
Sapete cosa succede ora? Su quei 1000€ di guadagno, 260 devo darli allo Stato come imposta sui Capital Gain, perché il buon Monti ha previsto che un guadagno sul gestito non possa essere compensato con una minusvalenza sull’amministrato, e questo nonostante il suo stesso governo abbia equiparato le due famiglie di investimenti, assoggettandole entrambe alla stessa imposta di bollo. È davvero triste dover constatare come lo Stato chieda continui sacrifici ai cittadini, trovando sotterfugi normativi che rendono il piccolo risparmiatore impotente: ovviamente, con questo tipo di impianto, i grandi capitali scappano all’estero, sfuggendo alla mano sempre più oppressiva di uno Stato inefficiente e prepotente con i deboli.
di Rapino Lorenzo
Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com

