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venerdì 19 agosto 2016

CONTRO UNO STATO LADRO NON C'E RISPARMIO CHE TENGA


L’ombra del fisco tocca purtroppo ogni ambito della nostra vita, compreso il risparmio, che rappresenta la parte di reddito (già tassata…) non consumata e finalizzata a progetti futuri od a far fronte agli imprevisti della vita. L’obiettivo principale di ogni risparmiatore è quindi quello di preservare questa parte del patrimonio dalla perdita del potere d’acquisto derivante da effetti inflativi e, possibilmente, di accrescerne il valore attraverso investimenti di natura finanziaria.
Fino al 2011 la tassazione sul risparmio era molto semplice e lineare: il capital gain (guadagno) era tassato al 12,50% per tutti gli strumenti; inoltre sul risparmio amministrato, quello cioè che viene depositato su un dossier titoli, veniva applicata un’imposta di bollo pari a €34,20 annui. Purtroppo non tutte le operazioni finanziarie si concludono con un guadagno, pertanto può capitare che un risparmiatore compri il titolo X a 10 € e decida di rivenderlo a 9 €: in questo caso, lo Stato non ci ridarà indietro il 12,50% su 1 € di perdita, ma creerà un credito d’imposta, chiamato minusvalenza, che potremo compensare con futuri guadagni entro i successivi 4 anni.
Il governo più illegittimo della nostra storia, quello guidato dall’economista Monti, ha pensato bene di riformare questo meccanismo, gravando ovviamente sulle tasche degli italiani, intaccando pesantemente i risparmi dei già tartassati contribuenti. Il risparmio finanziario possiamo dividerlo in due grandi famiglie: il risparmio gestito ed il risparmio amministrato. Fanno parte del risparmio gestito i fondi comuni d’investimento, le Sicav, gli Hedge Funds, le Gestioni Patrimoniali e le polizze di risparmio (tradizionali, index linked e unit linked).
Su queste forme di risparmio, fino alla riforma del governo Monti, veniva applicata l’aliquota del 12,50% e non era necessario possedere un dossier titoli: pertanto, tali strumenti non erano soggetti ad imposta di bollo. Il risparmio amministrato è invece rappresentato da azioni, obbligazioni (lineari, subordinate e strutturate), certificate e derivati; tutti quegli strumenti che vengono iscritti in un deposito titoli, e quindi soggetti ad imposta di bollo, che ricordiamo era fissa fino al 2011 e pari ad € 34,20 annui.
Ed ora veniamo al dunque: il nostro caro governo ha portato la tassazione sui Capital Gain dapprima al 20% e poi, per mano dell’attuale premier, al 26%. Tale manovra potrebbe anche essere accettata, visto che negli USA tale imposta è al 30%, ma mal si concilia con la pressione fiscale, perché dobbiamo sempre tener presente che il risparmio rappresenta la quota di reddito non spesa, e come tale già tassata… La seconda nota dolente viene dall’imposta di bollo, che prima poteva anche avere un senso perché legata all’intestazione di un rapporto titoli, e sulla quale oggi viene applicata invece un’aliquota dello 0,20% annuale sul controvalore dei titoli presenti nel dossier: se ho 10mila euro di titoli pagherò 20€, mentre se ho 50mila euro pagherò 100€ all’anno.
Per dovere di cronaca dobbiamo informarvi che l’imposta di bollo sui titoli, così come sul passaporto, è un’invenzione tutta italiana: e ci vogliono far credere che la tassa patrimoniale non esiste! Ma lo Stato non si accontenta mai, e così cerca di fagocitare tutto quello che trova nelle tasche degli onesti cittadini. Quindi, dal 2011, l’imposta di bollo viene applicata anche sui fondi comuni d’investimento e sulle polizze fino ad allora esenti! Ed è proprio qui che avviene il furto più grande: se il risparmio gestito viene collegato ad un dossier titoli, ed assoggettato ad imposta di bollo, mi sembra evidente che cada quel muro normativo che lo divideva dal risparmio amministrato, facendo ormai entrambi parte di un’unica grande famiglia, quella del risparmio finanziario.
Ma il professor Monti, nel nuovo impianto normativo, ha scientemente escluso la possibilità di compensare minusvalenze derivanti da perdite finanziarie sull’amministrato con guadagni ottenuti sul gestito! Mi rendo conto che detta così potrebbe non essere facilmente comprensibile, quindi faccio un esempio numerico semplicissimo.
Se ho acquistato 1000 azioni del titolo X a 10 € ho investito 10mila euro, e se quello stesso titolo è sceso a 5€ i miei 10mila euro saranno diventati 5000! Avrò avuto pertanto una perdita del 50% del capitale, e contemporaneamente una minusvalenza di 5000€ da poter compensare con guadagni finanziari nei successivi 4 anni. Benissimo, però avendo perso il mio capitale con un titolo azionario preferisco affidarmi ad un operatore professionale e su consiglio della mia banca acquisto dei fondi comuni d’investimento. Questi fondi vanno benissimo e dopo 2 anni, avendo guadagnato 1000€ sui 5000 che avevo reinvestito, decido di riscattarli.
Sapete cosa succede ora? Su quei 1000€ di guadagno, 260 devo darli allo Stato come imposta sui Capital Gain, perché il buon Monti ha previsto che un guadagno sul gestito non possa essere compensato con una minusvalenza sull’amministrato, e questo nonostante il suo stesso governo abbia equiparato le due famiglie di investimenti, assoggettandole entrambe alla stessa imposta di bollo. È davvero triste dover constatare come lo Stato chieda continui sacrifici ai cittadini, trovando sotterfugi normativi che rendono il piccolo risparmiatore impotente: ovviamente, con questo tipo di impianto, i grandi capitali scappano all’estero, sfuggendo alla mano sempre più oppressiva di uno Stato inefficiente e prepotente con i deboli.
di Rapino Lorenzo

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com

giovedì 11 agosto 2016

RIO 2016... TOKYO 2020... E POI? SI A ROMA 2024

“La cosa importante nei Giochi Olimpici non è vincere ma partecipare. La cosa essenziale nella vita non è conquistare ma combattere bene.”

Barone Pierre De Coubertin

Il 23 giugno del 1894 il Barone Pierre De Coubertin organizzò un congresso internazionale presso l'Università Sorbona di Parigi, nel quale annunciava l'intenzione di riportare in vita i Giochi Olimpici.
Per onorare l'evento, la prima edizione si tenne ad Atene nel 1896, in memoria degli antichi Giochi Olimpici che si disputavano ogni quattro anni nella città di Olimpia e di cui furono disputate ben 292 edizioni, dal 776 a.C. al al 393 d.C. Nell'antica Grecia i giochi rappresentavano uno dei momenti più importanti della società, infatti venivano presi come riferimento cronologico per datare e gli eventi, ma addirittura durante lo svolgimento delle gare erano sospese tutte le guerre.
Al giorno d'oggi le Olimpiadi possono apparire scontate, possono sembrare uno dei tanti eventi sportivi internazionali che caratterizzano le stagioni sportive, ma dietro c'è qualcosa di molto più profondo! Avete letto bene poco fa: SI SOSPENDEVANO LE GUERRE...
Questo purtroppo oggi non avviene, anche in virtù del fatto che il Mondo è parecchio più "grande" e globalizzato di 2500 anni fa ed i focolai di guerra, purtroppo, sono molto più numerosi, però che belle le cerimonie di apertura e la vita del villaggio olimpico raccontata dagli atleti, dove ragazzi di ogni nazione si incontrano pacificamente e competono in maniera leale per il proprio Paese, senza armi...
Quindi essere chiamati ad organizzare le Olimpiadi, non è solo una questione di business, di appalti e lavori da assegnare, ma rappresenta una grande responsabilità sociale, un momento di crescita per la città ed il Paese ospitante, un passaggio storico che segna la storia e le generazioni che la vivono e che può insegnare molto, una scommessa da accettare, una scommessa da vincere... A tutti i costi.
C'è da rabbrividire quando qualche politico in maniera molto demagogica afferma che le Olimpiadi siano un costo inutile che andrebbe a gravare unicamente sulle tasche dei contribuenti, perché innanzitutto è storicamente comprovato come il PIL di uno Stato che organizza un grande evento sportivo internazionale tenda a crescere, ma ci sono fattori di crescita non monetari, anche se decisamente più importanti, destinati a restare nella testa dei cittadini ed a condizionarne positivamente i comportamenti futuri.
Roma è candidata ad ospitare i Giochi della XXXIII Olimpiade e spero vivamente che la candidatura si trasformi in assegnazione, per dare l'opportunità ai romani di dimostrare quanto sia bella la capitale d'Italia, per dare l'opportunità a tutti quei romani che dicono di amarla, ma lo fanno solo a parole di confrontarsi con il resto del Mondo, in due parole per tornare CAPUT MUNDI.
L'Italia e Roma devono affrontare e vincere questa sfida, non tanto per lo 0,4% di PIL stimato come crescita derivante dai giochi, o per le nuove strutture che verranno costruite o per i tanti posti di lavoro che creerà l'indotto, che pure sono importantissimi; ma per dimostrare che sappiamo fare le cose per bene.
Ho sentito da più parti che il Movimento 5 Stelle non sosterrà la candidatura di Roma, per utilizzare diversamente le risorse finanziare destinate ai giochi: non c'è nulla di più sbagliato! Rinunciare alle Olimpiadi sarebbe un clamoroso autogoal, soprattutto per i 5Stelle perché essere chiamati a governare la Capitale d'Italia, significa accettare le sfide e dimostrare che si possono organizzare e costruire grandi cose in maniera assolutamente onesta e soprattutto senza infiltrazioni della malavita. Dopo aver giustamente e pesantemente condannato le malefatte scoperte negli appalti per EXPO2015, non accettare questa sfida significherebbe mettere la testa sotto la sabbia, proprio come uno struzzo, perdendo la propria credibilità.
Corriamo tutti insieme verso il futuro, verso ROMA 2024, un traguardo da raggiungere ad ogni costo per far riconquistare al nostro Paese il prestigio internazionale che gli compete, un'occasione irripetibile di crescita economica e culturale per tutti noi.

di Lorenzo Rapino

Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com

venerdì 5 agosto 2016

SIAMO CITTADINI O SUDDITI DELLE MULTINAZIONALI? #2



Nel precedente articolo accennavo ai punti di contatto tra due realtà apparentemente molto distanti tra loro, e cioè tra Stati e multinazionali, con i primi che in alcuni casi, come in Italia, dimenticano di “coccolare” i propri contribuenti, e le seconde che al contrario assumono sempre più una forma, una dimensione ed una potenza economica tali da superare il PIL di svariate decine di Stati sovrani. Questo non significa affatto che si debbano catalogare come cattive e buone (o viceversa), ma offrono certamente una nuova chiave di lettura del nostro sistema economico e conseguentemente della struttura organizzativa della nostra società.
Da una parte ci siamo noi cittadini, che abbiamo il diritto/dovere di vivere un’esistenza basata sull’autosostentamento attraverso la remunerazione di un’attività lavorativa, senza gravare sulla società civile, rispettando la libertà altrui ed ottenendo assistenza sanitaria ed economica al termine della vita lavorativa – assistenza finanziata, ovviamente, dai contributi previdenziali versati dal lavoratore nel corso degli anni. Dall’altra parte, il compito di uno Stato dovrebbe essere quello di garantire la sicurezza, l’istruzione e l’erogazione di servizi, in linea con quanto pagato dai cittadini per il tramite dell’imposizione fiscale, facendosi garante della sicurezza e quindi del rispetto delle norme che regolano il sistema giuridico interno.
Sebbene sembri scontato, questo patto tra Stato e cittadini presenta dei confini sottilissimi, e delle criticità enormi che si presentano ogni qualvolta i patti non vengono rispettati: le conseguenze delle infrazioni commesse dai cittadini, si riversano giocoforza sull’intera società, e non mi riferisco solo a reati di natura violenta, ma anche e soprattutto a quei comportamenti che hanno lo scopo di evadere l’imposizione fiscale. L’evasione fiscale crea, pertanto, uno squilibrio sociale enorme. Ed è proprio qui che si rompe quel sottile argine del patto Stato-cittadini, perché lo Stato non è un entità astratta, ma una struttura piramidale composta da cittadini.
Nel momento in cui i vertici della piramide sono i primi a non rispettare il patto, provocano nella società l’autoconvinzione che quel dato comportamento possa essere considerato lecito. Il risultato si riassume in un folcloristico “si salvi chi può!“. Purtroppo, però, chi può si salva davvero, distraendo il proprio patrimonio e le proprie attività dalle grinfie di uno Stato fiscalmente invadente e provocando un’impoverimento generale, che si sostanzia nella fuga di capitali e nella delocalizzazione di unità produttive, le quali hanno come conseguenza la riduzione dei posti di lavoro. Tale situazione determina nel medio periodo una riduzione del gettito fiscale, che può essere compensata solo con nuove imposizioni e tagli di servizi.
I tagli troppo spesso ricadono su sanità ed istruzione, che nel lungo periodo provocano un peggioramento delle condizioni di vita e la fuga dei cervelli migliori verso paesi che offrono maggiori opportunità. Anche in questo caso vale la logica del “si salvi chi può!”, ma gli effetti, questa volta ancor più devastanti, si vedono nel lungo periodo attraverso un impoverimento generale della popolazione: è recessione.
Una multinazionale è, invece, un’entità che accoglie i propri dipendenti/sudditi a fronte di una selezione, ed ha il potere contrattuale di imporre un determinato codice comportamentale, pena il licenziamento. Questa entità sovranazionale, alla stregua di uno Stato, esercita sui dipendenti la propria sovranità, fatta sì di imposizioni e di ordini operativi, ma anche di agevolazioni e benefit che vanno a sommarsi al reddito monetario erogato per la prestazione lavorativa ricevuta. Il lavoratore fa parte di una comunità, viene remunerato per essere funzionale ad un bene comune, per prestare le proprie capacità ed il proprio tempo, ed ha l’obiettivo di svolgere al meglio il proprio compito per ottenere delle gratificazioni professionali ed economiche aggiuntive. Analogamente agli Stati sovrani, imprese di siffatte dimensioni presentano una struttura piramidale teoricamente scalabile; se i vertici di tale organizzazione non sono bravi manager, o adottano comportamenti che contravvengono le norme interne e/o del sistema giuridico di cui sono parte, le conseguenze per l’impresa possono essere molto gravi e portare ad una crisi aziendale che può minare la sopravvivenza della stessa.
In una siffatta situazione, il lavoratore può in propria autonomia applicare la regola del “si salvi chi può!”, offrendo la propria forza lavoro ad altre imprese. È sintomatico come realtà così diverse presentino numerosi punti di contatto nelle dinamiche che li caratterizzano, ma il principio che le regola è sempre lo stesso: l’indole dell’essere umano. L’uomo, per spirito di sopravvivenza, sente la necessità di far parte di un gruppo, di una comunità, di una struttura, per sentirsi più forte e difeso; troppo spesso, però, alcuni membri della comunità sentono il bisogno di ottenere un ingiusto vantaggio nei confronti degli altri partecipanti, mettendo a rischio l’esistenza stessa della struttura. Questo atavico istinto è alla base dell’arretratezza della nostra società. Forse gli Stati dovrebbero imparare ad essere un po’ più multinazionali, e le multinazionali dovrebbero avere nella loro mission un’anima maggiormente filantropica. Qualcuna già lo fa, ma purtroppo sono ancora come mosche bianche, nel panorama globale. Approfondirò le altre sfaccettature dell’argomento nel prossimo articolo.
di Lorenzo Rapino
Questo articolo è stato pubblicato anche su www.gionapanarello.com