Traduci

SEGUICI SU FACEBOOK

sabato 29 aprile 2017

UNA RIVOLUZIONE CHIAMATA PIR: PIANI INDIVIDUALI DI RISPARMIO

Per voi una piccola guida alla scoperta dei nuovi Piani Individuali di Risparmio, una rivoluzione che finalmente premia il piccolo risparmiatore con una generosa agevolazione fiscale.


Entrati in vigore l'1 gennaio 2017, i PIR sono stati presentati per la prima volta al Salone dei Risparmio di Milano, ma cosa sono? Rappresentano davvero uno strumento utile nel portafoglio di un risparmiatore? Nel prosieguo dell'articolo andremo alla scoperta di questa nuova opportunità e se avrete ancora delle domande non esitate a contattarmi cliccando qui.
Il PIR è un piano di risparmio a lungo termine, che può assumere la forma di un OICR, di una Gestione Patrimoniale, di un contratto di Assicurazione e che rappresenta un contenitore fiscale all'interno del quale possiamo trovare azioni, obbligazioni, quote di fondi comuni e che danno diritto, rispettando alcuni vincoli che andremo presto ad analizzare, ad un beneficio fiscale davvero importante, ossia la totale esenzione dalla tassazione sui redditi generati dall'investimento stesso, nonchè l'esenzione dall'imposta di successione.
Sebbene si tratti di una novità assoluta per quanto concerne il mercato italiano, strumenti simili sono stati già sperimentati in Francia nel 1992 con i Plan d'Espargne Action (PEA), nel 1999 nel Regno Unito gli ISA (Individual Saving Account), in Canada i Tax Free Saving Accounts (TFSA) e non potevano mancare all'appello gli USA con i DC Plan e Individual Retirement Account.
Come saprete, lo Stato Italiano tassa i redditi da capitale con un aliquota unica che attualmente è pari al 26%, quindi più di un quarto del rendimento ottenuto su strumenti di risparmio gestito va a finire nelle casse dello Stato, a cui dobbiamo aggiungere l'imposta di bollo pari allo 0,20% annuo del valore del nostro portafoglio: una vera mazzata se si pensa che fino al 2011 la tassazione era al 12,50% ed il risparmio gestito era esente da imposta di bollo, bollo che era applicato con un costo unico di € 34,50 annui sui i depositi amministrati a prescindere dall'entità dei titoli in esso presenti.
Alla luce di ciò la possibilità di non dover dare allo Stato quell'antipaticissimo 26% sui capital gain fa goal un pò a tutti...
Ma come si fa a beneficiare di questa agevolazione? Innanzitutto bisogna specificare che il PIR, come detto acronimo di "Piano Individuale di Risparmio" deve essere intestato ad una sola persona, che potrà sottoscrivere un solo PIR nella sua vita e quindi beneficiare una sola volta dell'agevolazione fiscale. Tale agevolazione scatta se l'investimento viene mantenuto per almeno cinque anni, ciò significa che ogni versamento effettuato sul proprio PIR nel corso del 2017, sarà esente da tassazione sui capital gain a partire dal primo gennaio 2022, per i versamenti effettuati nel 2018 l'agevolazione scatterà nel 2023 e così via, seguendo il principio del FIFO, cioè First In First Out, vale a dire che il primo importo ad essere versato sarà anche il primo ad essere riscattato, già perché su un PIR, una volta aperto, potremo effettuare anche versamenti successivi.
Un altro vincolo è relativo all'importo: l'importo massimo che ogni risparmiatore potrà versare nel PIR sarà di € 30.000,00 annui per un ammontare complessivo non superiore a 150.000,00 €.
Vincoli anche per il Gestore. Anche il gestore di un PIR ha dei vincoli sulla finalità degli investimenti da effettuare con il denaro raccolto, infatti le somme che verranno versate nel PIR saranno investite per almeno il 70% in titoli azionari ed obbligazionari emessi da aziende italiane, ed il 21% di questa fetta sarà destinato a titoli non presenti nel paniere principale della borsa di Milano, ed investito pertanto in Mid e Small Cap. La finalità è presto spiegata: lo Stato agevola i piccoli risparmiatori, a patto che tali somme restino nel circuito economico nazionale. E mi sembra questa una scelta azzeccata da parte del legislatore, che così da una parte premia ed invoglia i risparmiatori, ma dall'altra non dimentica la necessità di far confluire capitali nel nostro sistema economico.
Il restante 30% non ha vincoli, ed anche questa è una scelta giusta, perché in questo modo il gestore avrà l'opportunità di diversificare con altri strumenti il patrimonio gestito.
Come già accennato in precedenza. il PIR può rappresentare anche un ottimo strumento di passaggio generazionale, essendo le somme versate all'interno di esso totalmente esenti dall'imposta di successione.
Prima di concludere, proviamo a quantificare il beneficio fiscale che può generare un PIR: se effetuiamo un versamento di 10.000 € ed ipotizziamo un rendimento annuo del 2%, fra 5 anni il nostro investimento avrà un valore di 11.000 €. A questo punto in caso di riscatto, nulla sarà dovuto allo Stato, mentre se avessimo ottenuto lo stesso risultato grazie ad un fondo NON PIR, avremmo dovuto versare 260 € come imposta sui redditi da capitale. Va da se, che l'investimento in PIR è da vedersi in un ottica di lungo periodo, al fine di massimizzare il beneficio fiscale, anche considerando che tali somme andranno a finanziare la nostra economia locale.
Il primo fondo PIR è stato lanciato il 9 gennaio da ANIMA SGR e si chiama ANIMA CRESCITA ITALIA, presenta una volatilità compresa tra il 5 ed il 10% ed ha una categoria di rischio pari a 4 in una scala che va da 1 a 7. E' classificato da Assogestioni come Bilanciato Obbligazionario.
In definitiva, i PIR rappresentano una piccola rivoluzione nel panorama del risparmio gestito italiano, personalmente mi auguro che si tratti della prima di tante iniziative a venire di questo genere, volte a ridare fiducia ai risparmiatori italiani, che beneficiando di una giusta agevolazione fiscale potranno finalmente essere partecipi della tanto agognata ripresa economica del nostro Paese.

di Lorenzo Rapino

mercoledì 8 marzo 2017

I GIOVANI SCAPPANO E L'ECONOMIA RISTAGNA: PERCHE'?



Un paio di giorni fa l'Istat ha diffuso i dati demografici, segnalando che al primo gennaio 2017 la popolazione italiana ammontava a 60 milioni 579 mila residenti, vale a dire 86 mila in meno rispetto all'anno precedente. Nel 2016 le nascite sono state solo 474 mila, aggiornando al ribasso il minimo storico dell'anno precedente pari a 486 mila. Il saldo naturale, vale a dire nascite meno decessi è pari a -134 mila  e rappresenta il secondo peggior saldo di sempre, dopo quello del 2015 attestatosi a -162 mila.
Al 1° gennaio 2017 i residenti stranieri rappresentano l'8,3% della popolazione totale, mentre la popolazione di cittadinanza italiana scende a 55 milioni 551 mila. Per i cittadini italiani, oltre al saldo naturale sopra citato risulta negativo anche il saldo migratorio con l'estero a quota 80 mila, mentre per quanto concerne la popolazione straniera è positivo sia il saldo naturale (+54 mila) che il saldo migratorio con l'estero (+216 mila).
Un altro dato di cui tener conto è il calo della fecondità totale, la media scende a 1,34 figli per donna, 1,95 per le donne straniere ed 1,27 per le donne italiane.
Inoltre, l'Istat ci rivela che la popolazione sta invecchiando: i residenti nel nostro paese hanno un'età media di 44,9 anni, gli over 65 superano i 13,5 milioni. Anche gli ultracentenari sono in crescita e si attestano a 17mila.
Questa introduzione di carattere meramente statistico, era necessaria per fare delle considerazioni di natura economica: la popolazione sta invecchiando, ed il dato è sotto gli occhi di tutti, ma quel saldo migratorio con l'estero pari a 80 mila è la cartina tornasole del fallimento totale della nostra politica.
Il nostro Paese, purtroppo, non offre più opportunità, non è meritocratico, è comandato da lobby che sono preoccupate di piazzare costantemente i figli di papà ai posti di comando, anche se questi sono degli inetti, totalmente inadatti a ricoprire certe cariche.
Cosa succede? Dove stiamo andando? Difficile dirlo, ma se è vero che il pesce grande mangia il pesce piccolo, è anche vero che in un Mondo globalizzato i pesci piccoli hanno capito che la miglior difesa può essere quella di navigare verso acque più sicure, per costruirsi un futuro e realizzarsi.
Un altro dato di questa settimana è la revisione al rialzo del PIL per il 2017 che si attesterà a +1%, un risultato che dovrebbe essere replicato nel 2018 e che riempie d'orgoglio l'ex Premier Renzi, ma che evidenzia come il bicchiere sia assolutamente mezzo vuoto, perché il dato è il peggiore tra i Paesi Europei e se un +1% di PIL rappresenta un'inversione di tendenza, per i nostri politicanti, possiamo star tranquilli, per usare un eufemismo che il periodo di vacche magre non è affatto terminato.
Fino a pochi anni fa si parlava di cervelli in fuga, ma nulla di concreto è stato fatto per invertire la tendenza, che anzi si è accentuata, ed oggi sempre più ragazzi scelgono la triste rotta verso l'estero, anche per svolgere lavori più umili, pur di non essere vittime di un sistema ormai perverso che punta a sottopagare e sfruttare, cavalcando l'onda lunga della disoccupazione giovanile, ormai inchiodata ad un drammatico 40%.
In questi giorni, molti politicanti e giornalai si sono riempiti la bocca di belle parole, parole condite da incentivi, aumento delle pensioni, detrazioni, reddito di cittadinanza. 
Nulla di tutto questo servirà a cambiare la situazione: il nostro Paese ha bisogno di un cambio di marcia a livello culturale, che può avvenire solo attraverso una terapia shock sul fronte economico. Va quindi tagliata di netto l'imposizione fiscale diretta, a parità di quella indiretta, altrimenti avremmo fatto un buco nell'acqua; la maggior disponibilità economica nelle tasche dei contribuenti, soprattutto del ceto medio, riporterebbe quella serenità sociale che permetterebbe di programmare un futuro migliore per i nostri figli, perché diciamoci la verità, la cattiva gestione del change over da Lira ad Euro ha creato un notevole scompenso sulle retribuzioni, mai pienamente e colpevolemte rilevato dai panieri di riferimento, che mal rispettavano il vero "carrello" della spesa delle famiglie.

di Lorenzo Rapino


Immagine presa dal web.

L'AMORE DELLA SINISTRA PER IL PORTAFOGLIO DEGLI STRANIERI

Il Governo sta pensando di introdurre una "Flat Tax" per gli stranieri che porteranno i loro patrimoni nel nostro Paese: ancora una volta vengono discriminati i cittadini italiani!


Basteranno 100 mila € di versamento annui all'Erario e qualsiasi persona fisica residente all'estero da almeno nove anni potrà acquisire la residenza nel nostro Paese. Ma c'è di più, perché il beneficio potrà essere esteso ai familiari con ulteriori 25 mila euro di versamento per ogni familiare che seguirà nella nuova "avventura" il Pater Familias.
Quindi, in soldoni, una famiglia di quattro persone, molto agiata e residente all'Estero da almeno nove anni potrà acquisire la residenza fiscale nel nostro Paese versando 175mila Euro all'anno, pur non producendo reddito sul nostro territorio nazionale. 
Si tratta di un provvedimento già adottato da altri Paesi, come la Spagna, la Gran Bretagna, la Francia ed il Portogallo e va nell'ottica di quella concorrenza fiscale che rappresenta l'ultima frontiera di una globalizzazione selvaggia, la quale guarda a freddi numeri, bilanci e introiti piuttosto che preoccuparsi concretamente della protezione e soddisfazione dei cittadini, o sarebbe meglio chiamarli sudditi.
Se lo osserviamo dal punto di vista strettamente economico, si tratta di una misura che certamente potrà portare dei benefici in termini di bilancio, ma non rappresenta di fatto un provvedimento di carattere strutturale: già da diverso tempo molti Paesi, e non solo quelli sopra citati, hanno adottato misure analoghe, se non più vantaggiose, che puntano a fare concorrenza a quei paradisi fiscali sparsi in tutto il Mondo che vivono di siffatte situazioni e non voglio certo perdere il loro ruolo di isole felici.
E' invece triste e sintomatico della confusione politica locale, il fatto che un tale provvedimento venga adottato da un governo di sinistra, il quale ignora da tempo le proposte del M5S di un reddito di cittadinanza e non prende neanche in esame la possibilità di adottare una Flat Tax come già fatto con successo da oltre quaranta paesi in tutto il Mondo (prima fra tutte l'Irlanda) solo perché proposta dalla Lega. Se la proposta del M5S potrebbe in qualche modo irritare Bruxelles, perché porterebbe l'Italia fuori dal mantra dei parametri europei, la Flat Tax rappresenterebbe, invece, un'innovazione assoluta per il nostro Paese, che porterebbe immediatamente ossigeno alla classe media. la più tartassata da questa crisi infinita. 
Sia chiaro che su questo spazio dedicato all'economia non si fa politica, ma si analizzano i provvedimenti economici per cercare di capire quale può essere la cura per il nostro Paese, per le nostre imprese e per il nostro bilancio familiare. Vi invito, pertanto cari lettori, a contattarmi con il modulo presente sul sito per qualsiasi domanda o richiesta di chiarimento o semplicemente se avete bisogno di consigli pratici, sarò felice di rispondervi.
Ma facciamo due conticini veloci mettendo a confronto il provvedimento adottato contro una eventuale Flat Tax:
  • Ipotizziamo che 100 mila Paperoni (sono tanti!) spostino nel 2017 la residenza in Italia versando ognuno i suoi 100mila €, lo Stati incasserebbe un'importo pari a 100mila X 100mila = € 10Miliardi. Una cifra considerevole, ma che rappresenta poco meno di 1/6 della Manovra lacrime e sangue voluta dal governo Monti, quindi un tale importo rappresenterebbe una toppa iniqua che sicuramente non risolverebbe alcun problema, ma consentirebbe al governo, giusto un anno prima delle elezioni di avere quella liquidità di breve termine finalizzata ad elargire benefici fiscali acchiappavoti alla stregua dei famigerati 80 €!

  • La Flat Tax, così come presentata dalla Lega, o meglio come adottata con grande successo in paesi come Irlanda, Romania, Estonia e molti altri ancora, rappresenta una semplificazione del modello fiscale, pensata per la prima volta negli anni '50 dal nobel per l'economia Milton Friedman ed adottata con successo dal Presidente Reagan in USA e dalla Thatcher in Gran Bretagna. Un soggetto che produce reddito è tenuto a versare all'erario una somma percentuale fissa, proposta al 15% dalla Lega (ma funzionerebbe bene anche al 18/20%). Un soggetto che oggi dichiara 25mila € lordi, verserebbe allo Stato 3.750 € in luogo dell'attuale 27%, pari ad € 6.750! Il nostro contribuente avrebbe pertanto da subito 3mila € in più in tasca, che verrebbero immessi nel sistema economico grazie alla parte di esso che viene consumato. La parte risparmiata, contribuirebbe invece ad incrementare la ricchezza delle famiglie e di riflesso i depositi bancari, ciò consentirebbe agli Istituti di Credito di erogare maggior credito a famiglie ed imprese, creando un circolo virtuoso che andrebbe ad annientare il costo iniziale di 40Miliardi, necessario ad implementare un siffatto sistema.
Si tratta chiaramente di due provvedimenti di matrice opposta, personalmente non sono contro il primo a priori, credo che in un Mondo globalizzato la concorrenza fiscale faccia parte del gioco e l'UE continua a far finta di non capire, ma in questo dato momento storico il nostro Paese non ha bisogno di palliativi, ma di una forte sterzata, che oltre a ridare ossigeno alle famiglie, possa riportare quell'ottimismo che ha permesso al nostro Paese di rialzarsi dopo il secondo conflitto Mondiale ed entrare stabilmente nelle prime sette economie della Terra.
La Flat Tax, che non è assolutamente anticostituzionale, come affermato da alcuni suoi detrattori, consentirebbe, inoltre, di far tornare nel nostro Paese quelle imprese che sono state costrette a scappare, perché zavorrate da un fisco usuraio che le ha costrette a delocalizzare, proprio verso quei paesi che avevano adottato un provvedimento del genere.
Credo che un governo debba sempre guardare oltre i suoi anni, per potersi definire un buon governo, e che debba puntare all'arricchimento sociale ed economico dei cittadini, piuttosto che fare campagne all'estero per far rientrare od arrivare capitali che un domani potrebbero anche veleggiare verso nuovi paradisi fiscali. 
D'altronde, se quando pensiamo alla più grande economia del Mondo, immaginiamo il Sogno Americano, qualcosa vorrà pur dire... Sogno americano che ha saputo rinnovarsi e ripetersi nell'epoca di internet e della New Economy, creando nuovi colossi che ormai dominano stabilmente la scena economica mondiale, grazie ad azioni e provvedimenti di governo accomodanti e lungimiranti che hanno saputo mantenere e foraggiare il sogno di studenti folli, che pensavano di poter cambiare il Mondo... E lo hanno fatto davvero.

di Lorenzo Rapino

mercoledì 1 marzo 2017

DONALD TRUMP, UN DISCORSO MOLTO PRESIDENZIALE



C'era attesa per il primo discorso del neo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump al Congresso americano, ed il Tycoon non ha tradito le attese dei suoi sostenitori; anzi, ha ricevuto anche il consenso di alcune testate giornalistiche che non avevano lesinato critiche nel recente passato.
Con toni pacati, ma decisi, Trump ha ribadito i punti fondamentali illustrati nella campagna elettorale, chiedendo, con molto pragmatismo, anche la collaborazione dell'ala Democratica del Congresso, al fine di realizzare in maniera costruttiva i punti fondamentali di un programma che vanno nell'interesse nazionale e dei cittadini americani.
Sentendo il discorso del 45° Presidente degli Stati Uniti, un velo di tristezza mi pervade, perché l'America è sempre stata per noi, ma anche per i nostri nonni, un punto di arrivo, l'opportunità dopo un lungo viaggio, la forza della libertà, di poter sviluppare le proprie idee, abbiamo negli occhi l'immagine di un Paese costellato si di eccessi, ma anche meritocratico e che fondamentalmente funziona, dove se hai un'idea puoi coltivarla, e realizzarla. In Italia, purtroppo, non è più così... Da troppo tempo.
Se scrivo certe cose, lo faccio a ragion veduta e dopo essere stato personalmente varie volte in USA, oltre ad aver ascoltato testimonianze dirette di chi è stato costretto ad abbandonare il proprio paese per inseguire un sogno, un'idea, un'ambizione, anche a costo di stare lontani dai propri affetti.
Il nostro Paese, zavorrato dai rigidi parametri di Maastricht, e da mirabolanti normative comunitarie che ci impongono cosa produrre, quanto e come, in nome di una concorrenza che non è più tale, non è più padrone del proprio destino e suona strano sentire il Presidente di una grande potenza mondiale, che è oltretutto la più indebitata del pianeta, lanciare un programma di spesa pubblica superiore ai 1000 miliardi di dollari da investire in infrastrutture, una cifra notevole, che rappresenta solo 1/6 delle risorse spese dal governo americano per le operazioni militari in Medio Oriente negli ultimi dieci anni. La formula è semplice: se il PIL cresce, se c'è occupazione, se fai un programma di investimenti, il debito non rappresenta necessariamente un pericolo, ma può diventare un'opportunità per uscire dalle sabbie mobili di una crisi infinita. Ricetta che prevede l'abolizione dell'Obamacare, facilmente superabile grazie al taglio delle tasse per i ceti medi e bassi, e che va ad affiancarsi all'esortazione fatta dal Presidente Trump nei confronti delle case farmaceutiche di abbassare il costo dei medicinali per permettere l'accesso alle cure ad un numero sempre maggiore di cittadini/pazienti.
Questa ricetta, in Europa non l'hanno capita, o forse c'è qualcuno che l'ha capita, ma si ostina a proibirla a ragion veduta, perché vedrebbe minata la propria posizione di leadership.
Il Presidente Trump ha annunciato anche un poderoso taglio delle tasse, finalizzato a ridare ossigeno alla classe media, quella maggiormente martoriata dagli effetti perversi di una globalizzazione senza controllo, che ha portato alla delocalizzazione delle attività produttive e quindi a scompensi occupazionali in diverse aree del Globo, compreso il nostro Paese. Per Trump riportare, attraverso un piano di incentivazioni, la produzione industriale sul territorio americano rappresenta un caposaldo della rinascita del settore manufatturiero, che dovrà anche contare sulla forza lavoro degli immigrati.
Già, gli immigrati, un altro argomento molto caldo, affrontato con maturità dal Presidente, il quale non ha fatto altro che predicare l'ordine sociale, non il razzismo, come insinuato da qualche suo detrattore, perché diciamoci la verità il compito di uno Stato è prima di tutto quello di proteggere i propri cittadini, e quindi i confini, implementando provvedimenti finalizzati a sapere chi entra nel proprio territorio, per quanto tempo e per fare cosa. Questo non è razzismo, ma semplicemente buon senso che va nella direzione di proteggere la collettività, cercando di limitare al massimo i fenomeni di criminalità che possano minare la pace sociale la possibilità di vivere in armonia.
Trump esce rafforzato da questo suo primo discorso al Congresso, un discorso fatto di proposte concrete e di buon senso, di provvedimenti che mirano a ridare dignità a chi rappresenta la linfa vitale di ogni stato: il cittadino.
Un discorso chiaro, di buon senso ed apprezzato anche dall'opposizione, un discorso a cui non siamo più abituati e che ha un sapore terribilmente amaro per noi italiani, vittime di una indegna classe politica e di una mediocre Unione Europea. L'auspicio è che Trump possa fare da apripista a futuri Premier per invertire una rotta che ha distrutto una generazione intera, quella classe 1980 che rischia di non vedere mai la pensione, perché a quarant'anni sta sognando ancora di trovare un lavoro.

di Lorenzo Rapino



Immagine presa dal Web

martedì 21 febbraio 2017

LA MIOPIA DEGLI ENTI LOCALI OSCURA IL FUTURO DEI CITTADINI.

Amministrare un territorio significa adoperarsi perché lo stesso abbia un futuro migliore del presente.



Ha creato molto scalpore, in questi giorni, la decisione del Sindaco di Milano Sala di piantare delle palme in piazza Duomo, una decisione che ha diviso l'opinione pubblica, dato che si tratta di alberi trapiantati in un luogo che poco ha a che vedere con il loro habitat naturale. Detto questo, è assolutamente deprecabile e da condannare il gesto dei tre piromani che hanno incendiato tre di queste palme, perché la civiltà è fatta di dialogo e non di gesti che vanno contro la comunità e la natura. Mentre a Milano si parla di palme, c'è un altro comune in Italia dove l'amministrazione ha deciso di operare un taglio netto con il passato. Proprio ieri, infatti, il Consiglio Comunale di Francavilla al Mare in provincia di Chieti ha votato a favore dell'abbattimento del Palazzo Sirena. Detta così potrebbe sembrare una legittima decisione di chi è stato chiamato ad amministrare una città, ma voglio utilizzare questo spazio per parlare della miopia generalizzata che regna nel nostro Paese, vittima di dilettantismo e personalismi vari che poco hanno a che vedere con la buona amministrazione, e con l'economicità della gestione locale. Francavilla al Mare è una località turistica abruzzese, che ha vissuto il suo massimo splendore negli anni 60' e 70' quando migliaia di turisti, e personaggi dello spettacolo italiano frequentavano questa stazione balneare. Purtroppo, la mancanza di programmazione e lungimiranza hanno fatto retrocedere questa splendida città ad un ruolo pressoché marginale nel panorama turistico italiano. In questo contesto si incastona un Palazzo storico che racconta la storia di Francavilla: il Palazzo Sirena. Edificato nel 1885, ha rappresentato per quasi 60 anni il fulcro della vita pubblica cittadina, prima di essere raso al suolo, come tutta la città, durante il secondo conflitto Mondiale. Palazzo Sirena è stato poi riedificato ed ha rappresentato una pietra miliare nella rinascita della città, che come detto è tornata a splendere ed essere il cuore pulsante delle estive serate francavillesi. Purtroppo, però negli ultimi tre decenni l'amministrazione locale, che ha ereditato il bene dall'azienda di soggiorno, non ha saputo valorizzare un bene il quale oltre al valore socioculturale che rappresenta, ha un suo valore mobiliare notevole. Un immobile di tal genere non può essere abbandonato a se stesso, ma dovrebbe essere utilizzato per creare economia nel territorio, sembra così elementare la formula che l'attuale amministrazione cittadina ha ben pensato di raderlo al suolo, per far spazio ad una più ampia piazza che di fatto cancella del tutto un valore mobiliare certo, a fronte di un luogo che verosimilmente rimarrà spettrale per 10 mesi all'anno, fatto salvo quindi il periodo estivo luglio/agosto. Questi sono gli amministratori che governano le nostre città: nessuna programmazione, nessun piano strategico a lungo termine, ma personalismi che mal si coniugano con la necessità di rivalutare il territorio e farlo tornare competitivo sulla sua naturale vocazione: il turismo. Questa demolizione costerà alla collettività oltre 700mila €, Ma quel che rende ancor più cupa la decisione è la mancanza di unitarietà d'intenti all'interno dello stesso schieramento politico, se si pensa che in una situazione analoga l'allora Sindaco di Pescara ed ora Governatore d'Abruzzo D'Alfonso, decise di riportare a nuovo lo storico Liquorificio Aurum, il quale è diventato teatro di numerose iniziative mondane e culturali incastonate all'interno della Pineta Dannunziana. Gestire un territorio significa valorizzarlo e portarlo nel futuro, nell'interesse delle generazioni a venire, purtroppo tutto questo non avviene in molte realtà del nostro Paese e Francavilla al Mare è un triste esempio di come la mancanza di programmazione e lungimiranza sfoci poi nell'improvvisazione, anticamera del depauperamento patrimoniale e culturale di un territorio. 

di Lorenzo Rapino